Trump valuta l’annessione del Venezuela come 51esimo Stato e Caracas reagisce: “Non siamo una colonia”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La geopolitica torna a scricchiolare sotto il peso di una dichiarazione che, sebbene pronunciata nel corso di una telefonata con Fox News, ha il sapore di una provocazione calcolata. Donald Trump, presidente degli Stati Uniti ormai da più di un anno, ha infatti lasciato cadere un’affermazione destinata a fare il giro del mondo: sta “valutando seriamente” l’ipotesi di fare del Venezuela il 51esimo Stato americano. Un’idea che, a prima vista, potrebbe sembrare iperbolica – quasi una di quelle uscite destinate al consumo mediatico immediato – ma che affonda le radici in un interesse tutt’altro che teorico: le riserve petrolifere venezuelane, stimate intorno ai 40 trilioni di dollari.

La telefonata che ha scatenato la bufera

Durante l’intervista, Trump non ha fornito dettagli operativi né tantomeno una tempistica, limitandosi a un’affermazione lapidaria ma gravida di implicazioni. “Il Venezuela ama Trump”, ha aggiunto quasi a voler giustificare un consenso popolare che, dalle sue parti, sembrerebbe spingere per un’integrazione forzata. Nessuna prova a sostegno di questa tesi, ovviamente, ma la semplice enunciazione del progetto – per quanto vago – ha già innescato una reazione immediata e durissima da Caracas. La risposta non si è fatta attendere, ed è arrivata con il piglio di chi non intende cedere di un millimetro la propria sovranità.

Delcy Rodriguez: “Nazione libera, non colonia”

A replicare per prima è stata Delcy Rodriguez, che attualmente ricopre il ruolo di presidente ad interim del Venezuela. La sua nomina, è bene ricordarlo, fa seguito al blitz delle forze speciali statunitensi del 3 gennaio scorso, operazione nel corso della quale Nicolas Maduro è stato catturato. Un evento, quest’ultimo, che ha di fatto decapitato il governo precedente e lasciato un vuoto di potere colmato proprio da Rodriguez. “Il Venezuela non ha mai considerato una simile evenienza”, ha dichiarato con fermezza, “non siamo una colonia ma una nazione libera”. Una replica che non lascia spazio a interpretazioni: alcuna trattativa, alcuna disponibilità a discutere i termini di un’annessione che verrebbe percepita come un’occupazione sotto mentite spoglie.

Il petrolio e la dottrina Trump dell’espansione

Non è la prima volta, del resto, che il presidente americano indulge in questo tipo di scenari. Le minacce velate nei confronti del Canada – per anni oggetto di battute poco velate sull’annessione – e le recenti tensioni con l’Europa in merito alla Groenlandia dimostrano una certa inclinazione a ridisegnare la mappa nordamericana senza troppi pudori negoziali. Stavolta, però, il bersaglio è un paese sudamericano dilaniato da una crisi economica e politica senza fine, ma ancora in possesso delle più vaste riserve di greggio del pianeta. Quel petrolio, del resto, rappresenterebbe il vero motore dell’interesse di Washington: inrare il Venezuela significherebbe mettere le mani su una riserva energetica strategica, aggirando qualsiasi mediazione internazionale. Trump, dal canto suo, non ha nascosto questa matrice materiale della sua proposta, lasciando che fossero i numeri – 40 trilioni di dollari – a parlare per lui.

Un silenzio carico di attese

Sul fronte diplomatico, al momento, non risultano convocazioni d’emergenza né movimenti concreti da parte dell’amministrazione statunitense. La dichiarazione, per quanto roboante, resta confinata al registro dell’intervista televisiva; nessun documento ufficiale né tantomeno una bozza di trattativa è stata depositata. Tuttavia, il solo fatto che un presidente in carica avanzi pubblicamente una simile ipotesi – senza che ciò susciti un immediato ripensamento o una smentita dai suoi stessi uffici – contribuisce a normalizzare un linguaggio che, fino a qualche anno fa, sarebbe apparso grottesco. Caracas osserva, Trump aspetta, e il mondo tiene il fiato sospeso di fronte a uno scenario che, proprio perché assurdo, riesce a essere inquietante.

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