Michela Murgia, due anni dopo: libri, film e l’eredità di una vita senza compromessi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Michela Murgia amava definirsi una scrittrice riluttante. Scriveva, diceva, non per vocazione ma perché vedeva nella parola scritta lo strumento più efficace – «veloce e persistente» – per fare politica. Un ossimoro, quello tra velocità e durata, che però racchiudeva la sua essenza: l’urgenza di incidere nel presente e la volontà di lasciare un segno che resistesse al tempo. A due anni dalla sua morte, avvenuta il 10 agosto 2023 per un tumore renale al quarto stadio, quell’impronta continua a manifestarsi attraverso opere postume, adattamenti cinematografici e il ricordo di una vita vissuta senza reticenze.

Già lo scorso giugno, Einaudi ha pubblicato Anna della pioggia, una raccolta di racconti – alcuni inediti, altri già noti – che restituiscono la sua voce ironica e tagliente. A settembre, invece, il Toronto International Film Festival presenterà in anteprima mondiale Tre ciotole, trasposizione dell’omonimo libro in cui Murgia esplorava, con la consueta lucidità, temi come il dolore e la rinascita. Progetti che, pur nati dopo la sua scomparsa, portano avanti quel dialogo con il pubblico che lei aveva sempre cercato, anche quando ripeteva di odiare l’atto stesso dello scrivere.

La sua eredità, però, non si misura solo in pagine o pellicola. Murgia aveva costruito attorno a sé una «famiglia queer», come amava definirla, dove i legami non seguivano le convenzioni. «Filiazione d’anima», la chiamava: un tessuto di relazioni elettive, in cui i ruoli tradizionali – compagno, figlio, fratello – perdevano ogni rigidità. «La monogamia è una relazione insufficiente», spiegava, sottolineando come l’amore potesse declinarsi in forme molteplici, non necessariamente fisiche. Un modello che, per alcuni, era una provocazione; per altri, una naturale evoluzione del concetto stesso di affetti.

Quella di Murgia era un’esistenza senza mezze misure, segnata da scelte radicali e battaglie scomode. Pochi mesi prima di morire, in un’intervista al Corriere della Sera, aveva riassunto così i suoi cinquant’anni: «Ho vissuto dieci vite. Fatto cose che la maggioranza delle persone non fa in una vita intera». Eppure, nonostante i riconoscimenti letterari e l’impegno pubblico, non mancarono le ombre: i debiti, le polemiche, il rapporto complicato con un padre violento. Persino il cancro, che lei definì «un complice, non un nemico», diventò l’ultimo capitolo di una narrazione sempre in controluce, tra fragilità e ferocia.

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