Van der Poel e quella sfida impossibile a Roubaix: «Staccare Pogacar sarà dura, ma anche per lui il contrario»
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Redazione Sport
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Il giorno del giudizio, quello in cui il pavé trasforma i muscoli in polvere e le ruote in traiettorie di fortuna, si avvicina. E se da un lato Tadej Pogacar si presenta al via della Parigi-Roubaix con l’aria di chi ha appena messo in tasca la Sanremo e il Giro delle Fiandre (un’impresa che ricordava i tempi di Eddy Merckx), dall’altro c’è Mathieu van der Poel. Lui, che il velodromo André-Pétrieux lo conosce come le sue tasche, visto che vince lì da tre anni consecutivi, cerca di mantenere la calma senza però nascondere un certo cauto ottimismo. Il campione olandese, in conferenza stampa alla vigilia della “Regina delle Classiche”, ha infatti ammesso che staccare lo sloveno sarà una missione complicata, forse anche più che sulle murate del Fiandre, ma ha subito aggiunto una postilla fondamentale: lo specchio della difficoltà vale anche al contrario.
Van der Poel, che nella sua carriera ha collezionato tre successi qui e un terzo posto nel lontano 2022, ha voluto subito mettere in chiaro un concetto: la Roubaix è un’altra storia. “È più difficile lasciare indietro qualcuno qui rispetto al Giro delle Fiandre”, ha spiegato il nipote di Poulidor, e questo vale anche per un fenomeno come Pogacar. L’analisi del tre volte vincitore si fa più tecnica quando descrive il suo rapporto con i massi del Nord: “La Roubaix si addice di più alle mie caratteristiche perché richiede un mix di potenza e agilità. Bisogna saper gestire il pavé senza essere troppo aggressivi, cercando le traiettorie migliori per minimizzare i rischi”. Una consapevolezza, la sua, che nasce dall’esperienza diretta, quella stessa che forse è mancata a Pogacar nella sua prima uscita del 2025, quando un errore banale in curva gli regalò la fuga solitaria.
Un tabellone di marca da jeu de la boule
Ma è nel paragone tra le due grandi classiche che Van der Poel ha dato il colpo di reni più eloquente. “Alla Parigi-Roubaix mi sento più favorito rispetto al Giro delle Fiandre”, ha dichiarato senza troppi giri di parole, motivando questa sensazione con la natura “più aperta” della corsa francese. A differenza del Ronde, dove la selezione avviene quasi obbligatoriamente sui muri in pendenza come il Kwaremont, qui il destino è appeso a un filo di seta, o meglio a una pietra sconnessa. “Non esiste un copione prevedibile come sulle Fiandre”, ha continuato l’alfiere della Alpecin-Deceuninck, “ci sono molti punti in cui la gara può decidersi, e questo è ciò che la rende così bella”.
Il pensiero corre inevitabilmente al 2025, quando Pogacar provò a fare la differenza ma cadde rovinosamente in una curva, regalando la vittoria proprio a Van der Poel. L’olandese, interrogato sulla possibilità di mettere pressione al rivale nelle pieghe per forzare l’errore, ha risposto con un sorriso. “Tadej è molto abile in sella, sappiamo che sa posizionarsi. Possiamo sempre mettere pressione in curva, ma non sono sicuro che questa sarà una tattica che adotterò”. Una risposta elegante che non cela però la realtà dei fatti: se la domenica dovesse arrivare in coppia al velodromo, con Pogacar che non riesce a seminarlo, la partita si giocherebbe al rush finale. E lì, sulla pista, la volata del campione olandese è semplicemente letale.
Il fattore X e la gestione della follia
Nonostante il duello sia confezionato per essere l’ennesimo capitolo della saga tra i due fuoriclasse, Van der Poel ha invitato a non guardare solo i due giganti. La Roubaix è una bestia che si nutre di incidenti e forature, un elemento di caos che rende vana qualsiasi previsione statistica. “Ci sono più favoriti qui che al Fiandre”, ha ricordato il vincitore uscente, citando nomi come Mads Pedersen (“era fortissimo l’anno scorso, questa gara si adatta anche a lui”), Wout van Aert e Filippo Ganna. La tattica, insomma, è solo un’illusione. “È davvero difficile fare una strategia prima di Roubaix. Possono succedere tante cose con le gomme, le cadute… Devi solo avere un po’ di fortuna e le gambe per vincere”.
Van der Poel ha poi rivelato un curioso paradosso: nonostante sia considerato un maestro del fango e del maltempo, ereditato dalla sua carriera nel ciclocross, lui preferisce il sole. “Preferirei che fosse asciutto. Ho corso una Roubaix sotto la pioggia, ma prediligo condizioni clementi”. Una preferenza che rivela l’evoluzione di un corridore che, pur essendo nato nel fango, ha imparato ad apprezzare la velocità e la polvere sollevata dal gruppo quando l’adrenalina è al massimo. “È davvero piacevole grazie all’alta velocità, all’adrenalina e alla folla”, ha confessato, ammettendo però che non lo fa per hobby: “In allenamento cerco di evitare le strade brutte, non vado sui sampietrini senza motivo, non è sempre divertente”.
La rincorsa al fantasma del quarto sigillo
Mentre Pogacar cerca la perfezione assoluta (la quinta Monumento di fila), per l’olandese c’è un pezzo di storia personale da scrivere. Nessuno ha mai vinto quattro edizioni consecutive dell’Inferno del Nord. E lui, che lo sa bene, ammette di esserci attaccato. “Certo, vuoi sempre vincere le gare più importanti. Ma sono anche abbastanza realista da capire che non posso prolungare questa serie all’infinito. Ci sarà un anno in cui non ce la farò”. Una lucidità quasi filosofica, che non toglie nulla alla fame di vittoria, ma che fotografa il momento di una carriera già monumentale.
E su Pogacar, il giudizio è definitivo e privo di supponenza. “Penso di avere un livello molto alto per me stesso, e ho lavorato duramente per ottenerlo. Ma se lui è più forte, è così. Devo solo sperare di avere la giornata migliore possibile domenica per batterlo”. Un’ammissione di forza maggiore che non suona come una resa, ma come la consapevolezza di chi sa che, per domare un mostro sacro, serve la perfezione. Con una conclusione che ribalta ancora una volta le gerarchie: “Se vinco, sarò felice. Che sia in volata o in solitaria, per me è la stessa cosa”. Il palcoscenico è pronto per un’altra battaglia.




