Italia penultima in Europa per l’uso dei mezzi pubblici, il peso di traffico e smog sulla sanità
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Redazione Esteri
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Non c’è bisogno di abitare in una metropoli per accorgersene: basta affacciarsi alla finestra di una qualsiasi città medio-grande all’ora di punta, quando le auto sembrano paralizzare ogni arteria, per rendersi conto di un fenomeno che i numeri, ora, restituiscono in tutta la sua crudezza. In Italia, quasi sette cittadini su dieci – per la precisione il 68%, secondo gli ultimi dati Eurostat pubblicati nel 2024 – non salgono mai su un autobus, un tram, una metropolitana o un treno per gli spostamenti quotidiani. Una scelta, questa, che non è soltanto una questione di abitudini individuali, ma che finisce per tradursi in un’equazione dagli esiti pesantissimi: più auto in circolazione, più traffico, più smog e, a cascata, un conto salato che ricade sulle casse della sanità pubblica.
Il dato europeo e il posizionamento dell’Italia
Il quadro tracciato dall’Istituto europeo di statistica è impietoso, se letto in controluce rispetto agli altri Paesi membri. L’Italia si piazza al penultimo posto nell’Unione europea per l’utilizzo dei mezzi pubblici, davanti soltanto a Cipro, dove la percentuale di chi rinuncia completamente al trasporto collettivo tocca l’85%. Un dato, quest’ultimo, che risente evidentemente di caratteristiche geografiche e infrastrutturali specifiche dell’isola, ma che non può bastare a consolare un Paese come il nostro, dove la rete di bus, tram e metropolitane – pur con tutte le sue criticità – copre in larga misura i principali centri urbani. A livello continentale, va detto, la fotografia non è comunque incoraggiante: più della metà dei cittadini europei (il 50,6%) dichiara di non servirsi mai del trasporto pubblico. Eppure, è nella forbice che separa l’Italia da Paesi come Lussemburgo, Austria o Germania – dove il ricorso ai mezzi collettivi è molto più frequente – che si misurano le conseguenze più concrete sulla qualità della vita e sull’ambiente.
L’impatto sulla viabilità e sulla qualità dell’aria
Le conseguenze di questo orientamento collettivo sono tutt’altro che astratte: si traducono in un’evidente congestione del traffico, specialmente nelle ore di punta, quando le arterie stradali delle città diventano di fatto dei parcheggi a cielo aperto. A ciò si lega un aumento delle emissioni inquinanti, con le polveri sottili e gli ossidi di azoto che costringono i centri urbani a sfiorare – e talvolta a superare – i limiti di legge con una regolarità che ormai rasenta la cronicità. Non si tratta, in questo caso, soltanto di un problema ambientale, ma di un vero e proprio fattore di rischio sanitario. Più le auto restano imbottigliate nel traffico, più si alza il livello di esposizione della popolazione a sostanze nocive; un’esposizione che finisce per aggravare le patologie respiratorie e cardiovascolari, specialmente tra i soggetti più fragili come bambini e anziani.
Il costo nascosto: 34 miliardi l’anno a carico del servizio sanitario
A quantificare questo legame – quello tra mobilità, inquinamento e salute – ci ha pensato, di recente, la Società italiana di medicina ambientale (Sima), che ha provato a mettere un numero su un fenomeno spesso sottovalutato. La stima è di circa 34 miliardi di euro l’anno, una cifra che rappresenta i costi indiretti a carico del servizio sanitario nazionale legati proprio all’inquinamento atmosferico prodotto in larga parte dal traffico veicolare. Un peso, quello sanitario, che grava su ospedali, pronto soccorso e sulle stesse terapie per le malattie croniche, e che finisce per assorbire risorse che potrebbero essere destinate ad altri settori del welfare. Il dato, del resto, non sorprende se si considera che l’abbandono dei mezzi pubblici contribuisce in maniera determinante a mantenere elevata la pressione degli autoveicoli nei centri urbani, trasformando quello che appare come un problema di mobilità in una vera e propria emergenza di sanità pubblica.
Un’abitudine radicata che modella le città
Quel 68% di italiani che non usa mai i mezzi pubblici, insomma, non è soltanto un numero statistico, ma la fotografia di un modello di mobilità radicato, che resiste nonostante le campagne per il contenimento delle emissioni e nonostante l’estensione – per quanto a macchia di leopardo – delle reti di trasporto locale. A pesare, in questa scelta, sono molteplici fattori: la percezione di inefficienza o scarsa frequenza dei mezzi, la frammentazione delle tratte, ma anche un’abitudine culturale che continua a privilegiare l’auto privata come simbolo di autonomia. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: città soffocate dal traffico, polmoni urbani messi a dura prova e un sistema sanitario che, suo malgrado, si trova a fare i conti con le conseguenze di una mobilità che non è mai stata davvero ripensata.
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