Roei Shalev, sopravvissuto al massacro del Nova Festival, si toglie la vita

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La sua esistenza, dopo quel maledetto sette ottobre, era diventata una lunga e insopportabile agonia, un fardello che si portava addosso nonostante il Corpo, miracolosamente, avesse continuato a respirare. «Sono vivo, ma dentro di me è tutto morto»: con queste parole, di una lucidità straziante, Roei Shalev ha cercato di spiegare l’indicibile dolore che lo consumava da due anni, prima di decidere di porre fine alle sue sofferenze. Aveva trent’anni, un’intera vita davanti a sé che, però, si era arrestata per sempre durante l’assalto al rave Supernova, un evento che avrebbe dovuto essere una celebrazione della giovinezza e che si è trasformato in una delle pagine più buie della storia recente. Lui, in quell’inferno, era riuscito a salvarsi, fingendosi morto per sette interminabili ore, un’eternità di terrore durante la quale aveva visto morire sotto i suoi occhi la fidanzata, Mapal Adam, e la sua migliore amica, Hilly Solomon, uccise dai militanti di Hamas.

Un lutto che non dà tregua

La tragedia che ha spezzato la sua volontà di vivere non si era esaurita con l’orrore di quella giornata, ma aveva proseguito il suo corso devastante, amplificandosi in una serie di colpi inferti al già fragile equilibrio familiare. Appena una settimana dopo il massacro, infatti, anche la madre di Roei, schiacciata da un dolore che non concedeva alcuna tregua, aveva deciso di abbandonare la vita, lasciando il figlio e il marito in un vuoto ancora più profondo. «In sette giorni, ho perso le tre donne più importanti al mondo», aveva confessato il giovane, condensando in una sola, drammatica frase un lutto che pochi potrebbero sopportare. Quel concatenarsi di eventi luttuosi, che si susseguivano senza un attimo di respiro, aveva eroso ogni sua certezza, trasformando la sopravvivenza in una condanna a ricordare, in un perpetuo rivivere attimi di pura disperazione.

L’ultimo, tragico gesto

Venerdì sera, in una solitudine che nessuno è riuscito a scalfire, Roei Shalev ha messo in atto il suo proposito, portando a compimento un gesto estremo che appare come l’epilogo di una sofferenza divenuta insostenibile. Ha preso una tanica di benzina, si è recato con la propria automobile in prossimità dello svincolo di Odim e lì, dentro l’abitacolo, si è dato fuoco. Pochi attimi prima di compiere l’irreparabile, ha voluto lasciare un ultimo, commovente messaggio sui social, un addio in cui chiedeva comprensione per una scelta dettata da un’angoscia che sentiva incomunicabile. «Non arrabbiatevi con me, vi prego. Nessuno mi capirà mai, perché non potete farlo, e va bene così. Voglio solo che questa sofferenza finisca», ha scritto, consegnando alla rete le sue ultime parole, un testamento spirituale che è anche un’amara constatazione dell’impossibilità di essere veramente compresi nel proprio dolore.

L’appello di un padre

Ronen Shalev, il padre, si trova ora a dover seppellire un altro membro della sua famiglia, dopo aver già perso la moglie, e a lanciare un accorato appello alle istituzioni israeliane, affinché non si sottovaluti la portata di una simile tragedia. Con la voce rotta dal cordoglio, ha definito la salute mentale dei sopravvissuti a traumi di massa come quello del Nova Festival una “emergenza nazionale”, un problema che richiede risposte immediate e strutturate, capaci di andare oltre la semplice gestione dell’emergenza fisica. La sua non è solo una richiesta di giustizia per il figlio, ma un monito affinché venga prestata la dovuta attenzione alle ferite psicologiche, spesso invisibili e per questo ancor più insidiose, che eventi del genere infliggono a chi, come Roei, si ritrova a essere un sopravvissuto. Una condizione, la sua, che si è rivelata, in questo come in altri casi, un peso troppo grande da sopportare.

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