«In the Grey» e quelle location a Tenerife che trasformano l’isola in un campo di battaglia adrenalinico
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non c’è bisogno di attendere la prima immagine di Henry Cavill o Jake Gyllenhaal mentre imbracciano un’arma – o magari mentre incassano un pugno ben assestato – per capire che l’ultimo film di Guy Ritchie, «In the Grey», abbia scelto di raccontare se stesso anche attraverso i luoghi che lo ospitano. E questi luoghi, a ben guardare, sono tutt’altro che anonimi sfondi da catalogo turistico: l’isola di Tenerife, con i suoi scenari vulcanici e le sue coste battute dal vento, diventa qui un personaggio silenzioso ma implacabile, capace di trasmettere alla narrazione quell’energia tellurica che Ritchie sembra inseguire fin dai tempi di «Lock & Stock». Le location svelate – tra le quali spicca la capitale stessa dell’isola – non sono state scelte a caso, perché offrono un contrasto netto tra la quotidianità solare dei luoghi amati da residenti e visitatori e la violenza controllata, quasi coreografica, delle sparatorie e degli inseguimenti che il regista inglese ha trasformato in un suo marchio di fabbrica.
Una Tenerife inedita, tra calle e scogliere
Chi conosce l’arcipelago canario per le sue spiagge dorate e il suo turismo familiare faticherebbe a riconoscere la stessa isola nel film di Ritchie. Perché qui, lo si capisce dai primi fotogrammi diffusi, non c’è spazio per la cartolina rassicurante: i vicoli della capitale, le strade che si arrampicano sulle colline e persino alcune zone portuali vengono rilette in chiave thriller, trasformandosi in teatri di una guerra sporca tra agenti segreti e trafficanti internazionali. La trama – quella di un’operazione che vede l’agente Rachel (Eiza González) mettere insieme i fidati Bronco (Gyllenhaal) e Sid (Cavill) per recuperare un miliardo di dollari – trova nelle asperità del terreno vulcanico una metafora visiva quasi perfetta. Le stesse colate laviche indurite che punteggiano il paesaggio sembrano dialogare con la brutalità secca degli scontri a fuoco, senza mai scadere nel gratuito, grazie a una regia che preferisce l’allusione alla spettacolarizzazione fine a se stessa.
Un action thriller che guarda a Soderbergh (e non solo)
La produzione, a sentire chi ha avuto modo di seguire le riprese, non è stata esattamente una passeggiata: si notano, nel montaggio e in certi passaggi narrativi, le cicatrici di un lavoro complicato. Eppure, e qui sta l’abilità di Ritchie, il risultato finale non ne risente più di tanto, anzi. Il regista inglese ha provato a reinterpretare il modello bondiano – quello degli uomini in giacca e cravatta con licenza di uccidere – strizzando l’occhio a certe soluzioni formali di Steven Soderbergh, in particolare alla capacità di quest’ultimo di rendere il thriller finanziario e spionistico insieme elegante e nervoso. Ne esce un ibrido, «In the Grey», che non rinuncia all’ironia cinica né ai dialoghi serrati, due elementi che da sempre distinguono il cinema di Ritchie da quello di molti suoi colleghi. L’azione, lo si capisce già dai trailer, è manesca, balistica, scatenata ma mai completamente decerebrata: si spara, si picchia, si corre, ma c’è sempre un piano – o almeno il tentativo di averne uno – a sorreggere il caos.
Un cast d’eccezione e una recensione che non nasconde le crepe
Henry Cavill, Jake Gyllenhaal ed Eiza González formano un trio che sulla carta promette scintille, e in buona parte mantiene la promessa. Cavill, ormai abituato a interpretare uomini d’azione con un certo carisma silenzioso, qui sembra divertirsi a sporcarsi le mani; Gyllenhaal porta quella sua intensità strisciante che funziona benissimo nei thriller; González, nei panni dell’agente che orchestra l’intera operazione, regge bene la pressione di essere l’ancora razionale in mezzo alla tempesta. Il critico Federico Gironi, nella sua recensione, ha notato come «si senta e si veda che la produzione non è andata proprio liscia come l’olio», ma ha anche riconosciuto lo sforzo di Ritchie di non limitarsi a imitare se stesso. Perché, in fondo, il regista ha sempre fatto un cinema simpatico, pieno di britannico cinismo, capace di intrattenere senza per questo insultare l’intelligenza dello spettatore. E «In the Grey», nonostante qualche smagliatura, si colloca proprio in quella tradizione lì.
Nelle sale insieme a «Mother Mary» e altri titoli
Il weekend cinematografico non offre però solo l’action di Ritchie. Arriva anche «Mother Mary», horror mélò diretto da David Lowery con Anne Hathaway nei panni di una popstar fantomatica, una storia che mescola musica e terrore in un modo che Lowery aveva già sperimentato con risultati altalenanti. Per gli amanti del genere, la scelta è quindi tra lo spionaggio muscolare e la tensione psicologica. Ma chi punterà su «In the Grey» lo farà anche per il piacere di riconoscere, sullo schermo, quei luoghi di Tenerife che solitamente si ammirano sotto il sole delle cartoline: stavolta, invece, appaiono avvolti in un’atmosfera notturna, percorsi da ombre sospette e da una violenza che sembra risalire direttamente dal magma sottostante. E forse è proprio questo il vero colpo di genio di Ritchie: aver trasformato un’isola felice in un campo di battaglia, senza mai dimenticare che lo spettatore, alla fine, vuole solo divertirsi.




