Il piano Marshall di Giorgetti per un calcio italiano allo sbando

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La radiografia del fallimento, quella che emerge dai dati e dalle prestazioni più imbarazzanti degli ultimi anni, restituisce l’immagine di un sistema malato alle radici. Fabio Giorgetti, in un intervento volutamente privo di quelle attenuanti retoriche che spesso addolciscono i peggiori diagnosi sportive, ha parlato chiaro: «Dopo tre fallimenti in questa maniera, ci vuole davvero un piano Marshall». L’immagine, volutamente iperbolica, serve a sottolineare l’urgenza di una rifondazione che non sia il solito cerotto tattico o il cambio di allenatore buttato in pasto all’opinione pubblica. Giorgetti, lo si capisce dal tono secco delle sue parole, non crede più nelle mezze misure: servono investimenti strutturali, risorse mirate e una revisione quasi radicale dell’intero ecosistema.

Tre mondiali mancati e l’Europa che umilia

Il dato di partenza è ormai una ferita cicatrizzata male: l’assenza consecutiva dalla fase finale del mondiale per tre edizioni, un’emorragia di credibilità che nessun altro paese di tradizione calcistica si è mai permesso. A questo si aggiunge una stagione europea, quella appena conclusa, dove le squadre italiane hanno collezionato più eliminazioni umilianti che soddisfazioni. Tutti, dai dirigenti ai tifosi più accaniti, ripetono a memoria la necessità di un cambiamento; il punto, sostiene Giorgetti, è che un intervento d’effetto, magari limitato alla prima squadra della nazionale, servirebbe a ben poco. Occorre invece agire in profondità, con una riforma che non produrrà risultati immediati – e questo è un fatto da mettere in conto – ma che getterebbe le fondamenta per un futuro meno mediocre.

Vivai e stadi: i due pilastri dimenticati

Le priorità indicate da chi, come Giorgetti, osserva il movimento da anni sono chiare e scomode. Da un lato i vivai: settori giovanili spesso trascurati, dove la selezione dei talenti viene soffocata da logiche di potere e da una scarsa pianificazione. Dall’altro gli stadi: infrastrutture obsolete, spesso di proprietà pubblica, che limitano gli incassi e impediscono quel salto di qualità economico necessario per competere con Premier League o Liga. Senza questi due interventi, qualsiasi discorso sul rilancio resta pura declamazione. Chiunque arriverà a guidare la Federazione – o la Lega – si troverà tra le mani un groviglio di interessi e resistenze; avrà, per usare le parole di un altro osservatore, «il suo bel da fare».

Criminalità e curve: l’altra faccia del declino

C’è però un capitolo che il dibattito mainstream tende a rimuovere, e che Giorgetti lascia intendere senza mai urlare. La cronaca giudiziaria di queste settimane ha consegnato un fatto grave: la condanna per traffico di droga di un capo ultras, l’ennesima conferma di una convivenza strutturale tra criminalità organizzata – e talvolta politica – e tifo organizzato in molti stadi italiani. Non è un dettaglio marginale, né una semplice notizia di cronaca nera. È la spia di un’assuefazione al peggio, di un marciume che si annida nelle curve e che, volenti o nolenti, condiziona anche il rendimento sportivo. Perché un ambiente malato, infiltrato e violento difficilmente può produrre campioni sereni o una nazionale competitiva. Detto questo, va sempre ricordato che non tutte le curve sono uguali e non tutti gli ultras condividono quelle scelte; ma il fenomeno, nella sua sistematicità, non può più essere ignorato.

Niente capri espiatori: il sistema intero non funziona

Inesorabilmente, dopo ogni eliminazione bruciante, si scatena il rituale dei processi sommari e dei capri espiatori. L’ultimo, nel mirino della critica più facile, è stato l’allenatore della nazionale – Gattuso, per chi ha memoria dei fatti recenti. Addossare a lui tutte le colpe, avvertono gli analisti più lucidi, è non solo ingeneroso ma anche profondamente sbagliato. Gattuso, in questo caso, rappresenterebbe l’ennesimo parafulmine umano, un uomo solo al comando che si accolla responsabilità di un intero movimento. La verità, meno comoda e più amara, è che il calcio italiano ha ricevuto il colpo di grazia da tempo; Zeneca, per chi segue certe cronache, è stato solo il sigillo su una morte sportiva decretata da anni di errori, ritardi e complicità col malaffare. Non servono nuovi processi né altre analisi a caldo: serve quel piano Marshall di cui parla Giorgetti, o la resa definitiva.

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