La marcia delle bandiere a Gerusalemme, tra esultanza nazionalista e paura palestinese

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ESTERI Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il 14 maggio 2026, come ogni anno dalla fine della guerra dei Sei Giorni, migliaia di nazionalisti israeliani hanno celebrato il cosiddetto Giorno di Gerusalemme sfilando tra le mura della Città Vecchia, un evento che le autorità israeliane definiscono solitamente come la “riunificazione” della città, sebbene la comunità internazionale non abbia mai riconosciuto l’annessione della parte orientale, avvenuta proprio nel 1967. La folla, composta in larga parte da adolescenti e giovani adulti – molti dei quali arrivati dagli insediamenti della Cisgiordania o dai circoli dell’estrema destra religiosa – si è riversata verso la Porta di Damasco e successivamente si è radunata dinanzi al Muro del Pianto, trasformando quelle strade antiche in un palcoscenico di esultanza nazionalista. Eppure, a fare da contraltare a questa manifestazione di forza, c’era l’assenza totale dei residenti palestinesi, i quali, come documentato da più testimonianze, hanno preferito barricarsi dentro le proprie abitazioni, sigillando porte e finestre per proteggersi da quella che, al di là della retorica ufficiale, si è rivelata ben presto una vera e propria spedizione punitiva.

L’invasione del quartiere musulmano e lo sfondo della guerra del 1967

La “marcia delle bandiere”, questo il nome con cui l’appuntamento è noto anche al di fuori dei confini israeliani, ha preso di mira il cuore del quartiere musulmano, dove gruppi di giovani ultranazionalisti – spesso inquadrati in formazioni paramilitari informali – hanno forzato il clima di una celebrazione altrimenti controllata. Non si è trattato, va detto, di una semplice parata: decine di migliaia di partecipanti hanno invaso i vicoli stretti, intonando slogan dichiaratamente razzisti come “Morte agli arabi” o “Che il vostro villaggio bruci”, mentre alcuni di loro, approfittando della confusione e della benevola indifferenza delle forze di polizia schierate sul posto, hanno danneggiato vetrine, cassonetti e beni di proprietà della popolazione araba. La stretta sorveglianza annunciata dalle autorità, infatti, non ha impedito aggressioni verbali e fisiche – documentate da diversi giornalisti presenti – né ha fermato gli sputi rivolti contro i pochi pacifisti israeliani e gli stessi reporter che tentavano di difendere i residenti o semplicemente di raccontare quanto stava accadendo. L’ombra della guerra del 1967, quella che portò Israele a conquistare Gerusalemme Est, la Cisgiordania e la striscia di Gaza, aleggia su ogni edizione di questa ricorrenza, trasformando un anniversario storico in un’occasione annuale di riaffermazione identitaria attraverso l’intimidazione.

Negozi chiusi, strade deserte e residenti barricati

Nel giorno della marcia, la Città Vecchia ha assunto un aspetto surreale: da una parte la marea umana di bandiere blu e bianche, dall’altra il silenzio tombale dei negozi abbassati e delle case sprangate. I palestinesi che abitano stabilmente nell’area, consapevoli di quanto accaduto in occasione delle precedenti edizioni – quando le incursioni si erano concluse con feriti e decine di arresti arbitrari – hanno scelto la via della chiusura totale, una forma di resistenza passiva che non ha però placato gli animi dei manifestanti. I cori razzisti, amplificati da altoparlanti portatili, risuonavano tra le volte di pietra, mentre i giovani più esagitati tentavano di sfondare alcune porte secondarie, trovando però il muro compatto degli scudi delle forze di sicurezza, le quali – come osservato da più fonti – hanno agito più per contenere i danni d’immagine che per proteggere realmente la popolazione locale. Nessuna dichiarazione ufficiale di condanna, almeno per il momento, è giunta dai vertici politici israeliani, che anni addietro avevano giustificato l’evento come «legittima espressione di sovranità nazionale».

Violenze ripetute e impunità strutturale

Quanto accaduto il 14 maggio 2026 non rappresenta, in realtà, una novità sul piano fattuale: ogni anno, da più di un decennio, la marcia si accompagna a scene di violenza diretta contro i residenti arabi, i giornalisti (alcuni dei quali sono stati presi a calci o spintonati mentre riprendevano le immagini) e i militanti delle associazioni per i diritti umani che provano a frapporsi tra gli aggressori e le vittime. Quello che colpisce, semmai, è la persistenza di una sostanziale impunità: gli autori delle devastazioni e degli slogan inneggianti alla morte difficilmente vengono identificati o fermati, e quando ciò accade le pene sono irrisorie. L’estrema destra religiosa e i giovani delle colonie – che costituiscono il grosso del corteo – tornano a casa sentendosi legittimati, portando con sé la consapevolezza che, per un giorno intero, hanno potuto decidere chi potesse camminare per quelle strade e chi, invece, dovesse restare rinchiuso. La tensione, nelle ore successive, è rimasta altissima, con pattuglie supplementari dispiegate alle porte di Damasco e lungo il percorso che conduce al Monte del Tempio, ma senza che le autorità annunciassero alcuna modifica alle regole che, di fatto, consentono questa spirale di paura e sopraffazione.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.