Il Torino riapre il Filadelfia, quattrocento tifosi per l'allenamento e una contestazione che non si placa

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Quattro mesi di silenzio, di cancelli chiusi e di distanza, e poi finalmente il Filadelfia, quello storico, si è riaperto per accogliere nuovamente i suoi abitanti più fedeli, quei tifosi che solitamente popolano le gradinate del Grande Torino ma che, in questa occasione, hanno preferito il calore più intimo e raccolto del vecchio stadio, teatro di leggende e memorie granata. L’allenamento pomeridiano, iniziato attorno alle quindici, ha visto l’accesso libero per i sostenitori, un’iniziativa della società che non si ripeteva dallo scorso novembre, e l’affluenza, seppur non massiccia, è stata comunque significativa: circa quattrocento persone, una folla composta e ordinata, si è assiepata lungo le tribune per osservare le prime sgambature della squadra guidata da Roberto D’Aversa, tecnico insediatosi da nemmeno tre settimane ma già capace, con i risultati, di ricucire parzialmente lo strappo con l’ambiente. Tra i presenti, però, gli ultras organizzati non c’erano, e la loro assenza, in un contesto del genere, non è certo passata inosservata, quasi a voler mantenere una distanza critica da una proprietà che continua a non convincerli pienamente.

Se D’Aversa e i suoi ragazzi, reduci dalla roboante vittoria per quattro a uno contro il Parma, hanno ricevuto applausi e incoraggiamenti, specialmente giocatori come Zapata e Vlasic, bersaglio di ripetuti e calorosi incitamenti, il malumore di fondo nei confronti del presidente Urbano Cairo non è affatto svanito. Anzi, durante la seduta, è emerso in tutta la sua chiarezza quando un tifoso, con una determinazione quasi stoica, ha esposto un piccolo striscione recante la scritta “Cairo vattene”, sfidando platealmente i ripetuti richiami degli steward che, più volte, lo hanno invitato ad abbassarlo; lui, imperterrito, lo ha rimesso su ogni volta, in un gesto di sfida silenziosa ma eloquente, a testimoniare come la riconciliazione tra la piazza e il patron sia ancora molto lontana dall’essere raggiunta, nonostante il cambio in panchina e i primi segnali positivi sul campo. Una constatazione, questa, che aleggiava nell’aria umida del pomeriggio, quasi a voler ricordare che il risultato sportivo, per quanto importante, non basta da solo a cancellare anni di incomprensioni e contestazioni.

A bordo campo, oltre ai tifosi, c’era anche chi quel Torino lo ha plasmato in tempi non sospetti, regalando forse le pagine più belle dell’era Cairo. Giampiero Ventura, l’allenatore soprannominato affettuosamente “Mr. Libidine” per il gioco propositivo delle sue squadre, ha fatto capolino al Filadelfia, accomodandosi al fianco di volti a lui ben noti: Gianluca Petrachi, il direttore sportivo tornato a dicembre per rimpiazzare Davide Vagnati, ed Emiliano Moretti, oggi collaboratore tecnico ma in passato colonna di quella stessa difesa. La loro presenza, in un momento di ritrovata tranquillità, ha aggiunto un tocco di nostalgia e continuità a un pomeriggio che, al di là delle polemiche, voleva essere soprattutto di festa e di riavvicinamento tra la squadra e la sua gente. Dal campo, intanto, filtravano notizie ordinarie relative alla gestione dello spogliatoio: Aboukhlal, alle prese con una contusione al ginocchio, ha proseguito il lavoro differenziato, mentre Anjorin ha usufruito di un giorno di permesso per motivi familiari, essendo stato colpito da un lutto. Nulla di eclatante, dunque, solo la routine di un gruppo che cerca di costruire qualcosa di solido sulle macerie di un avvio di stagione complicato, ma che sa di dover ancora fare i conti con una tifoseria ferita e divisa.

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