Gli italiani e gli abbonamenti digitali, un rapporto di amore odio con lo streaming (e le news)

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Avere un abbonamento, al giorno d’oggi, è diventato quasi un riflesso condizionato. Si paga per vedere una serie, per ascoltare un album, per giocare a un videogioco o anche solo per leggere un articolo di giornale. Eppure, se si allarga lo sguardo all’Europa, ci si accorge che non tutti i Paesi hanno abbracciato questo modello con lo stesso entusiasmo.

L’Italia, in particolare, si distingue per una certa riluttanza, un dato che emerge con chiarezza dall’ultimo rapporto di Eurostat sull’utilizzo delle tecnologie dell’informazione nelle famiglie, un’indagine che fotografa le abitudini dei cittadini europei nel corso del primo trimestre del 2025, andando a considerare gli abbonamenti attivi nei tre mesi antecedenti la rilevazione.

La fotografia dell’Unione europea e la posizione dell’Italia

A livello continentale, il quadro che si delinea è quello di un mercato ormai maturo, dove il consumo di contenuti digitali è diventato una delle voci di spesa più ricorrenti per le famiglie. La media degli utenti internet nell’Unione Europea che dichiara di avere un abbonamento attivo a un servizio di streaming – che sia per film, serie televisive o eventi sportivi – ha toccato quota 32,7 punti percentuali. Un dato in leggera ma costante crescita, se si considera che nel 2024 ci si era fermati al 30 per cento, segno di un’abitudine che si consolida con il passare del tempo.

Si tratta, peraltro, della tipologia di servizio maggiormente richiesta tra quelle monitorate dall’ufficio statistico europeo, a conferma del ruolo centrale che la fruizione video on demand ha assunto nelle abitudini di intrattenimento degli europei. L’Italia, in questo contesto, arranca. La percentuale di utenti internet italiani che aveva sottoscritto un abbonamento per lo streaming di film, serie o sport nei primi mesi del 2025 si ferma infatti al 20 per cento, una cifra che posiziona il nostro Paese al ventitreesimo posto nella graduatoria dei ventisette Stati membri.

Un distacco netto, di quasi tredici punti percentuali, che racconta di un approccio decisamente più prudente e selettivo da parte degli italiani verso questo genere di servizi.

Lo streaming resiste, ma le news restano un tabù

Se i numeri dello streaming video raccontano già di una certa ritrosia, il dato che riguarda l’informazione a pagamento è forse quello che meglio sintetizza il rapporto complicato degli italiani con gli abbonamenti digitali. Mentre in altri Paesi europei i lettori iniziano a vedere con favore l’idea di pagare per accedere a contenuti giornalistici di qualità, in Italia il fenomeno fatica a decollare.

La quota di utenti che sottoscrive un abbonamento per leggere quotidiani, riviste o altre testate online si mantiene su valori residuali, lontanissimi non solo dalla media europea, ma anche da quella che sarebbe la sostenibilità economica del settore editoriale.

Si tratta di una tendenza che conferma come, nella percezione comune, l’informazione online venga ancora considerata un bene da fruire gratuitamente, una resistenza culturale che si scontra con i modelli di business adottati dalle principali testate, le quali cercano di arginare il calo delle vendite in edicola proprio attraverso il canale digitale. A differenza di quanto accade per la musica o i film, dove il passaggio al digitale è stato accolto con minore scetticismo, per le notizie il muro è ancora alto.

Gaming e sport: l’eccezione che conferma la regola

Un discorso a parte meriterebbe il settore dei videogiochi, che insieme all’informazione rappresenta una delle aree meno penetrate dal modello dell’abbonamento nel nostro Paese. Nonostante l’enorme popolarità di piattaforme che offrono cataloghi sterminati di titoli per un canone mensile, l’Italia continua a mostrare una propensione decisamente inferiore alla media.

Questo comportamento, per certi versi, si discosta anche da quello che si osserva nel settore dello sport, dove pure i numeri sono inferiori alla media europea, ma dove la passione per gli eventi dal vivo e le dirette riesce comunque a spingere una fetta di utenti a sottoscrivere un abbonamento.

L’indagine di Eurostat, incrociando i dati, disegna un profilo di consumatore italiano che è disposto a spendere per l’intrattenimento audiovisivo, ma solo a determinate condizioni, e che sembra invece non riconoscere lo stesso valore a servizi come le notizie o il gaming, percepiti forse come meno essenziali o più facilmente sostituibili da alternative gratuite.

Un’abitudine culturale o una questione di offerta?

Quella che emerge dal rapporto è una fotografia che, al di là dei numeri, solleva interrogativi sulla natura stessa del mercato digitale italiano. La distanza dalla media europea, che si attesta su livelli considerevoli, non è probabilmente riconducibile a un singolo fattore. Da un lato, gioca un ruolo importante la struttura demografica del Paese e una certa familiarità con gli strumenti digitali, che resta inferiore a quella di altre nazioni del vecchio continente.

Dall’altro, pesa l’offerta stessa: i cataloghi di piattaforme come Netflix, Spotify o le varie concorrenti, pur essendo globali, non sempre incontrano i gusti di un pubblico che ha abitudini di consumo molto radicate e legate alla televisione generalista. E così, mentre il 32,7 per cento degli utenti internet europei spende per vedere una serie o una partita, in Italia si fa più fatica, e chi lo fa tende a concentrare la spesa su un numero limitato di servizi, spesso disdettando l’abbonamento appena terminata la fruizione del contenuto che lo aveva spinto a sottoscriverlo.

Un comportamento, questo, che rende il mercato italiano particolarmente complesso per gli operatori del settore, i quali si trovano a dover gestire un’utenza meno fedele e più sensibile al prezzo.

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