Meloni chiude il tour nel Golfo tra energia, Iran e polemiche
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Redazione Interno
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La missione lampo di Giorgia Meloni nel Golfo, consumatasi in poco più di ventiquattr’ore e tre tappe fittissime, ha consegnato al quadro politico italiano un’impronta chiara, seppur non priva di tensioni interne. Da un lato, la presidente del Consiglio ha voluto marcare fisicamente la presenza dell’esecutivo in un’area – quella tra Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti – che ormai rappresenta un nodo strategico per la sicurezza energetica nazionale; dall’altro, il viaggio pasquale ha immediatamente innescato uno scontro politico domestico, incentrato più sul significato del blitz che sulla sua effettiva opportunità. Non è sfuggito a nessuno, tra i commentatori di palazzo, il fatto che Meloni sia stata la prima leader europea a recarsi nella regione dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, un dettaglio che trasforma la sua presenza in un gesto dal peso specifico inequivocabile.
Il videomessaggio dal Qatar e la posta in gioco sullo Stretto di Hormuz
Proprio dal Qatar, dove ha registrato un breve intervento diffuso successivamente, Meloni ha ribadito una linea che tiene insieme solidarietà geopolitica e calcolo degli interessi nazionali. «Nel Golfo si decide la nostra sicurezza e il futuro economico», ha affermato, spiegando che la missione mirava a esprimere vicinanza ai paesi «che continuano a subire attacchi ingiustificati da parte dell’Iran». Una frase, quest’ultima, che non è casuale: fa riferimento diretto alle crescenti minacce alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per una fetta rilevante del commercio petrolifero mondiale. La sua chiusura, o anche solo un’interruzione prolungata dei flussi, avrebbe ripercussioni pesantissime sui conti pubblici e, di riflesso, sul portafoglio degli italiani, costringendo Roma a correre ai ripari.
La diversificazione delle forniture e il nodo algerino
Proprio per scongiurare questo scenario, il governo aveva già avviato da tempo una strategia di diversificazione energetica, che Meloni ha voluto rafforzare con un viaggio ad Algeri appena una settimana prima del tour nel Golfo. Quella tappa, la prima visita bilaterale della presidente dallo scoppio del conflitto in Iran alla fine di febbraio, ha rinsaldato la cooperazione con il principale fornitore di gas per l’Italia. Si tratta di un legame che Roma non può permettersi di indebolire, visto che i flussi provenienti dal Paese nordafricano rappresentano l’alternativa più immediata a eventuali interruzioni provenienti dall’area mediorientale. Una mappa, quella delle forniture, che tiene conto anche delle infrastrutture esistenti e di accordi già in essere, senza bisogno di improvvisazioni.
L’informativa in Parlamento e il contesto politico interno
Giovedì prossimo, Meloni riferirà alle Camere con un’informativa che arriva in un momento particolarmente caldo per l’esecutivo. Le sue dichiarazioni sul Golfo dovranno fare i conti non solo con le emergenze internazionali, ma anche con un quadro interno segnato da recenti scossoni: il referendum che ha bocciato la riforma della giustizia, le dimissioni della ministra Santanchè, quelle del sottosegretario alla giustizia Delmastro e della capo di gabinetto dello stesso ministero. Un contesto, questo, che rende ogni mossa estera immediatamente leggibile anche in chiave domestica, trasformando un viaggio tecnico-diplomatico in un banco di prova per la tenuta della maggioranza. L’attenzione, dunque, non è solo su ciò che Meloni dirà riguardo a Hormuz e all’Iran, ma anche su come riuscirà a tenere insieme i fili di una strategia energetica che è, prima ancora che geopolitica, una questione di credibilità interna.




