Giorgetti: i fondi per le armi non toccano welfare, attivate le deroghe europee
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Redazione Interno
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Il governo, nell’impegnare ulteriori risorse per la difesa, esclude in modo netto che queste possano provenire da una riduzione della spesa sociale, una scelta che segna un confine preciso nella gestione della finanza pubblica. “L’incremento delle risorse destinate alla Difesa e alla sicurezza nazionale non graverà sui settori del welfare e delle politiche sociali, grazie all’attivazione di specifiche deroghe europee e clausole di flessibilità”, ha affermato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, rispondendo a un’interrogazione del capogruppo dei senatori del Movimento 5 Stelle Stefano Patuanelli, il quale chiedeva chiarimenti sulle coperture finanziarie per gli impegni assunti dall’Italia. La questione, che si colloca in un contesto internazionale di crescenti tensioni, rimanda la sua soluzione pratica ai dati che l’Istat comunicherà a marzo, dati dai quali dipende anche un altro passaggio cruciale.
La procedura di infrazione e il nodo delle coperture
La stima del deficit del 2025, la cui notifica è attesa per la prossima primavera, determinerà infatti l’eventuale avvio del percorso per uscire dalla procedura di disavanzo eccessivo da parte dell’Unione europea, una condizione necessaria per sfruttare appieno le eccezioni previste dai trattati. Giorgetti ha quindi rinviato ogni dettaglio operativo a quel momento, precisando che, qualora il deficit risulti inferiore alla soglia del 3%, si aprirebbe la strada per utilizzare la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale. Quest’ultima, consentendo un sentiero di crescita della spesa netta più ampio proprio per gli investimenti in difesa, è il perno giuridico sul quale il ministro basa la propria garanzia: “l’aumento nella spesa prospettato non comporterebbe nessuna rinuncia alle spese dedicate alle principali priorità di policy di natura sociale, quali quelle ricordate dagli interroganti”, ha dichiarato riferendosi esplicitamente a sanità e istruzione, settori che, nonostante tutto, restano sotto la costante pressione di bilanci spesso al limite.
Lo scenario internazionale e le pressioni degli alleati
A rendere inderogabile la discussione contribuisce, del resto, un quadro geopolitico che evolve rapidamente e che impone scelte non più procrastinabili, come dimostrano gli sviluppi della cronaca nera internazionale e le inchieste giudiziarie che seguono percorsi tortuosi. La stessa agenda della NATO, del resto, è stata ridefinita in maniera stringente durante il vertice del giugno 2025, dove gli alleati – su sollecitazione degli Stati Uniti – hanno concordato di elevare la soglia di spesa per la difesa al 5% del proprio Pil nazionale. Una linea che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ribadito con forza in una recente conferenza stampa, dichiarando che “prima pagavano solo gli Stati Uniti”, una frase che sintetizza una visione delle alleanze basata su un contributo finanziario più equo e sostanziale da parte di tutti i membri.
La corsa al riarmo e la flessibilità di bilancio
In questo clima, la possibilità di uno scostamento di bilancio per far fronte agli impegni militari non viene affatto esclusa dal ministro, il quale tuttavia mantiene una posizione cauta, bilanciando tra l’urgenza dettata dagli scenari globali e la necessità di rispettare i vincoli comunitari. La clausola di salvaguardia, se attivata, rappresenterebbe quindi lo strumento chiave per conciliare obiettivi apparentemente contraddittori: potenziare l’apparato militare e di sicurezza, come richiesto dagli accordi internazionali e dalle circostanze, senza per questo intaccare i capitoli di spesa che riguardano direttamente i cittadini. Si tratta di un esercizio di equilibrio complesso, che passa attraverso i meccanismi tecnici delle deroghe europee e che assegna all’Istat, con i suoi prossimi rapporti, il ruolo di arbitro nel definire i margini di manovra effettivi a disposizione dell’esecutivo.




