Freddo in pianura, neve incerta in quota: i modelli faticano a prevedere la perturbazione
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Mentre i fondovalle del Nord Italia, avvolti nella tipica cappa invernale, sperimentano minime rigide – a tratti anche di qualche grado sotto lo zero –, la media montagna gode di un insolito tepore, con temperature che hanno sfiorato i 10 gradi. Questo curioso fenomeno, noto come inversione termica, che fa sì che a Trento, ad esempio, si registri un freddo più intenso che a millecinquecento metri di quota, è destinato a perdurare ancora per qualche giorno, grazie alla presenza di un anticiclone particolarmente robusto. L’alta pressione, che ha regalato un ultimo fine settimana dell’anno decisamente mite e soleggiato, ha infatti spinto lo zero termico ben al di sopra dei tremila metri, un dato che, se da un lato ha permesso agli impianti di risalita di sfruttare i cannoni artificiali, dall’altro ha rimandato l’attesa della neve naturale.
L'incertezza dei modelli sulle prossime perturbazioni
La domanda che ora attanaglia gli appassionati e gli addetti ai lavori, però, riguarda il dopo: cosa succederà quando questo promontorio anticiclonico, che ha portato più sole che fiocchi, comincerà a indebolirsi? I principali centri di calcolo, in balia di correnti principalmente da ovest e sud-ovest non ancora ben definite nel dettaglio, segnalano una forte incertezza operativa. I modelli, per intendersi, faticano non poco a quantificare l’entità delle precipitazioni attese entro la prossima domenica. Dall’analisi degli ensemble previsionali – quei membri di calcolo che esplorano scenari differenti – emerge un ventaglio di possibilità estremamente ampio: si spazia, per le regioni interessate, dall’assenza totale di pioggia o neve fino a cumulate che, specie sul versante sudalpino, potrebbero superare i centocinquanta millimetri. Una forbice così larga, che segna l’attuale difficoltà nel definire l’evoluzione con precisione, lascia tutto in sospeso tra mere ipotesi e timide certezze.
Gli impianti di risalita in attesa del grande freddo
In questo contesto di attesa, il settore dello sci alpino cerca di bilanciare l’ottimismo per l’affluenza di questi giorni con la prudenza dettata dalle condizioni meteorologiche. Berno Stoffel, a capo dell’associazione che raggruppa gran parte delle funivie elvetiche, pur guardando con un moderato favore all’inizio di stagione – “comunque inferiore a quello, eccezionale, dello scorso anno” – non nasconde l’esigenza fondamentale di un cambio di passo. “La gente, in questo periodo, vuole uscire e godersi il sole”, ha osservato, sottolineando come il bel tempo sia stato cruciale per richiamare visitatori. Tuttavia, per garantire la tenuta dell’intera stagione invernale, è ormai indispensabile che l’alta quota riceva presto e in abbondanza quella neve che finora è mancata, affidandosi meno alle macchine e più alle perturbazioni naturali.
La riflessione degli esperti sul clima locale
A interpretare queste dinamiche, con uno sguardo attento alle peculiarità del territorio, è Giacomo Poletti, ingegnere ambientale considerato un punto di riferimento per la meteorologia in Trentino. La sua analisi, concentrata sui dati rilevati dalle stazioni locali, conferma il quadro generale di un inverno che, per ora, si manifesta più con gelate in pianura che con bianco in montagna. Poletti, evitando facili allarmismi ma anche rassicurazioni di comodo, si limita a registrare i numeri, come quelli che parlano di minime negative a Roncafort e di valori positivi al Passo Brocon, lasciando che siano i fatti a descrivere una situazione climatica per molti versi anomala e tutta da monitorare nei prossimi giorni, mentre l’anno volge al termine e il 2026 è alle porte.




