L’ex guardia del Corpo di Diana: “Con la sicurezza al suo fianco, a Parigi non sarebbe morta”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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“Sapevo nel profondo del mio cuore che senza di essa, alla fine sarebbe morta”. Le parole, nette e gravide di un rimpianto professionale che il tempo non ha scalfito, sono di Ken Wharfe, l’uomo che per anni protegse la principessa di Galles. Nel documentario “Diana: The Princess and the Bodyguard”, trasmesso dall’emittente britannica Channel 5, l’ex guardia del corpo, ormai settantasettenne, ripercorre con una lucidità che ancora fa male la serie di circostanze che portarono alla tragedia dell’Alma. Una riflessione che si trasforma in una sentenza inappellabile sull’assenza, quella notte, di un protocollo di sicurezza adeguato: un vuoto che, secondo la sua esperienza diretta, avrebbe potuto e dovuto essere colmato.
Il nodo cruciale della mancanza di scorta
Wharfe, il quale era entrato al servizio della famiglia reale già nel 1986, aveva lasciato l’incarico al fianco di Diana quattro anni prima dell’incidente. Un distacco che, a posteriori, assume i contorni di un presagio. La sua analisi, infatti, non indulge in ipotesi complottiste ma si ferma su un punto operativo concreto, quasi tecnico. A Parigi, nella notte tra il 30 e il 31 agosto del 1997, la principessa – privata ormai del titolo di Altezza Reale dopo il divorzio da Carlo, ma pur sempre una figura di immensa rilevanza pubblica e sotto costante assedio paparazzesco – si trovò a muoversi senza la protezione cui era abituata. L’ex agente è categorico: un di sicurezza competente avrebbe esercitato la propria autorità, impedendole materialmente di salire su quell’automobile guidata in condizioni discutibili, e l’epilogo, di conseguenza, sarebbe stato radicalmente diverso. Una valutazione asciutta, che scaturisce dalla conoscenza diretta dei metodi e dei rischi.
Un racconto che illumina gli anni tormentati
Il documentario, però, non si limita a rileggere le ore finali. Wharfe decide di condividere anche un episodio inedito e rivelatore dei tumultuosi anni successivi alla fine del matrimonio con Carlo, un periodo in cui la pressione mediatica e il disagio personale di Diana raggiunsero vette altissime. Racconta di una notte, durante quel divorzio difficile consumatosi sotto i riflettori del mondo, in cui la principessa, in uno stato di evidente angoscia, compì un gesto estremo saltando da un balcone. Un’azione che lasciò senza parole lui e gli altri presenti, e che oggi getta una luce ancora più cruda sulla sua vulnerabilità e sul carico emotivo che portava. Sono memorie che, se da un lato appartengono alla sfera privata, dall’altro aiutano a comprendere il contesto di un isolamento progressivo, nel quale la figura protettiva e al contempo familiare della guardia del assumeva un valore inestimabile.
La sicurezza come dovere e presagio
Ciò che emerge, dunque, non è soltanto la cronaca di un fallimento protocollare, per quanto fatale. È il ritratto di un rapporto professionale che, per sua natura, travalica i confini del semplice mestiere, trasformandosi in una forma di tutela esistenziale. Wharfe, che aveva vissuto in prima persona l’intensità di quegli anni al suo fianco, aveva maturato la certezza che l’allontanamento della principessa dai propri protettori di fiducia l’avrebbe esposta a pericoli mortali. Una percezione, la sua, che trova purtroppo una tragica conferma nelle dinamiche di quella notte parigina, quando la decisione di viaggiare senza una scorta adeguata si intersecò con una guida spericolata e con l’accanimento di fotografi senza scrupoli. Le sue parole, a distanza di decenni, rinnovano una domanda sulle responsabilità di allora, concentrandosi su un aspetto preciso: la mancata applicazione di quelle regole di sicurezza che, forse, avrebbero potuto scrivere una storia diversa.




