Il libro fai-da-te compie sedici anni e ora si mette a pensare con l'intelligenza artificiale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quella che sedici anni fa poteva sembrare l’utopia di un preside con una vecchia stampante in uno sgabuzzino, oggi è diventata un modello destinato a cambiare la didattica italiana. Era il 2010 quando Salvatore Giuliano, dirigente dell’IISS Ettore Majorana di Brindisi, decise di rompere gli schemi: i libri di testo potevano essere scritti dai docenti, stampati in economia all’interno dell’istituto e, soprattutto, modellati come un abito cucito addosso agli studenti. Da quell’intuizione artigianale nacque la rete Book in progress, cresciuta negli anni fino a diventare un riferimento nazionale per l’innovazione scolastica. Oggi, quel progetto – nato in sordina e con pochi mezzi – si appresta a vivere la sua seconda vita, quella digitale, grazie all’innesto dell’intelligenza artificiale.

Dal libro stampato in casa al tutor digitale che si adatta agli studenti

L’evoluzione si chiama Book in Progress AI, un sistema operativo didattico che integra strumenti interattivi, laboratori virtuali e algoritmi predittivi per personalizzare l’apprendimento in tempo reale. Il progetto, presentato nei giorni scorsi a Brindisi alla presenza del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, rappresenta il tentativo più avanzato, nel panorama scolastico italiano, di mettere l’intelligenza artificiale al servizio della didattica quotidiana. Il meccanismo è complesso ma lineare nella sua architettura: i docenti continuano a scrivere i materiali – come accade ormai da un decennio e mezzo – ma ora possono contare su un sistema di authoring che genera automaticamente immagini, grafici, simulazioni 2D e 3D e, soprattutto, adatta i contenuti agli stili cognitivi dei singoli studenti. Non si tratta, e qui sta il punto, di sostituire il lavoro intellettuale di chi insegna, ma di potenziarlo con strumenti capaci di offrire spiegazioni immediate, riassunti contestuali e traduzioni simultanee. Per gli studenti con bisogni educativi speciali, il sistema prevede sintesi vocale avanzata e mappe concettuali interattive, pensate per aggirare le barriere linguistiche o cognitive.

Il ministro Valditara, nel corso della sua visita all’istituto brindisino – che ha ricevuto finanziamenti per quasi due milioni e settecentomila euro – ha annunciato che i primi risultati della sperimentazione sarebbero incoraggianti. Tanto da spingere il dicastero a estendere il progetto ad altre scuole già dal prossimo anno scolastico, con un investimento mirato che dovrebbe coinvolgere circa quindicimila studenti considerati più fragili, distribuiti in diverse regioni italiane. Parallelamente, il dirigente Salvatore Giuliano e il professor Cosimo Manes, artefici del sistema, entreranno a far parte della task force ministeriale sull’intelligenza artificiale, portando la loro esperienza direttamente nei luoghi dove si decidono le politiche scolastiche nazionali.

La cautela delle famiglie tra divieti e necessità pedagogiche

Mentre la macchina ministeriale accelera sull’innovazione tecnologica, le famiglie italiane osservano il fenomeno con un misto di fascinazione e preoccupazione. A fotografare lo stato d’animo dei genitori è un’indagine condotta a febbraio da Novakid, piattaforma per l’apprendimento dell’inglese, su un campione di nuclei familiari del nostro Paese. I numeri parlano chiaro: il sessantanove virgola cinque per cento dei genitori chiede di limitare o vietare l’uso degli strumenti di intelligenza artificiale per i compiti a casa, mentre l’ottanta virgola cinque per cento sostiene fermamente lo stop all’uso degli smartphone in classe. Non si tratta, e sarebbe sbagliato leggerla in questi termini, di una pregiudiziale tecnofoba. Le madri e i padri intervistati non rifiutano la modernità in sé, ma esigono un perimetro chiaro e sicuro: l’algoritmo deve diventare uno strumento pedagogico e non trasformarsi in un surrogato del pensiero critico dei figli. Il rischio, avvertono molti osservatori, è che la scorciatoia tecnologica sostituisca lo sforzo cognitivo, producendo studenti più abili nel delegare che nel ragionare.

D’altra parte, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella didattica non è più una possibilità remota o confinata a pochi istituti all’avanguardia. La tredicesima edizione di Didacta Italia, in programma dall’undici al tredici marzo alla Fortezza da Basso di Firenze, dedicherà due sale tematiche proprio all’intelligenza artificiale, con oltre tremila eventi e settecento espositori. Applicazioni in grado di creare mappe concettuali interattive, tutor digitali per lo studio individuale e sistemi che adattano i percorsi di apprendimento alle esigenze dei singoli studenti saranno al centro del dibattito tra docenti, dirigenti e aziende del settore. Anche il mondo dell’editoria scolastica si muove nella stessa direzione: Mondadori Education ha già integrato nei suoi libri di testo un Tutor AI che risponde esclusivamente attingendo da contenuti editoriali certificati, senza accedere liberamente al web, per garantire affidabilità e sicurezza. I docenti, dal canto loro, possono utilizzare un assistente virtuale per progettare lezioni personalizzate, definendo obiettivi, tempi e metodologie didattiche.

L’educazione civica si aggiorna e guarda agli algoritmi

Parallelamente alla sperimentazione tecnologica, il ministero guidato da Valditara ha deciso di rafforzare anche la dimensione educativa legata all’uso consapevole dell’intelligenza artificiale. Il tema è stato inserito nelle nuove linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, con l’obiettivo dichiarato di sviluppare negli studenti competenze critiche rispetto alle tecnologie emergenti. Non si tratta soltanto di imparare a usare uno strumento, ma di comprenderne i meccanismi profondi: dagli algoritmi che governano i suggerimenti dei social network ai rischi legati alla disinformazione, dai bias cognitivi inrati nei modelli linguistici all’uso improprio dei dati personali. Per monitorare come queste tematiche vengano affrontate nelle aule, il ministero invierà un questionario a tutti gli istituti, raccogliendo informazioni sulle attività già avviate e sulle modalità di integrazione dell’intelligenza artificiale nei percorsi educativi.

Anche a livello territoriale si moltiplicano le iniziative. La provincia autonoma di Bolzano, per esempio, ha istituito il gruppo di lavoro Athena, coordinato da Fabio Furciniti, con il compito di redigere un vademecum operativo sull’impatto dell’intelligenza artificiale nel mondo dell’educazione. Il documento, che sarà allegato al Piano Provinciale Scuola Digitale, fornirà indicazioni pratiche per un uso etico, sicuro e sostenibile delle tecnologie, con particolare attenzione alla tutela della privacy e all’inclusione digitale degli studenti con disabilità. La riflessione etica, in questo contesto, accompagna ogni fase della sperimentazione, perché l’innovazione resti sempre al servizio della persona e non si trasformi in un fine fine a sé stesso.

Il nodo centrale, insomma, resta quello del metodo. Come ha ricordato più volte Ethan Mollick, professore alla Wharton School e uno dei massimi teorici dell’applicazione dell’intelligenza artificiale in ambito educativo, bisogna smettere di chiedere agli studenti di fare cose che l’algoritmo può fare meglio, e iniziare a chieder loro di fare cose che possono fare solo con l’algoritmo. Tradotto in termini pratici: l’intelligenza artificiale deve diventare un co-pilota, non il pilota automatico. Deve aiutare a strutturare un ragionamento, non a sostituirlo. Deve suggerire controargomentazioni, non scrivere il tema al posto dello studente. Una lezione che i docenti italiani, tra sperimentazioni avanzate e cautele familiari, stanno imparando giorno dopo giorno.

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