Uno Bianca, Capolungo: «Savi dice mezze verità e tante falsità, ancora depista o manda messaggi»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Alberto Capolungo, che presiede l’associazione dei familiari delle vittime della Uno Bianca, ha ascoltato con attenzione crescente – quella attenzione che trasforma il dolore in una lente chirurgica – le parole di Roberto Savi andate in onda su Rai 2. L’occasione era la prima puntata della seconda stagione di “Belve Crime”, programma condotto da Francesca Fagnani, e l’intervista era stata realizzata all’interno del carcere di Bollate, dove l’ex poliziotto sconta ormai da trentadue anni una condanna all’ergastolo. Ne è uscita una dichiarazione, quella di Capolungo, che non lascia spazio a interpretazioni ambigue: secondo il presidente, Savi avrebbe mescolato «mezze verità e tante falsità». Un giudizio netto, che arriva dopo aver rivisto in televisione i riferimenti, espliciti e taciuti, alla notte in cui uccisero suo padre Pietro, un ex carabiniere che i componenti della banda consideravano evidentemente un ostacolo da rimuovere.

La doppia ferita di chi ha perso un padre

Capolungo si sente colpito due volte, come ha spiegato in una nota diffusa nelle ultime ore. La prima ferita è quella che non smette mai di sanguinare, la memoria di un padre ucciso durante una delle rapine più violente della cronaca italiana recente. La seconda, però, riguarda il modo in cui certi fatti vengono riproposti da chi quei fatti li ha commessi. «Savi sta ancora depistando», ha dichiarato, «oppure sta mandando messaggi a qualcuno». L’accusa è pesante, soprattutto perché arriva da chi ha seguito ogni sviluppo giudiziario e ogni riapertura di un caso che ha insanguinato l’Emilia negli anni Novanta: ventitré vittime accertate, centoquattordici feriti, una scia di rapine e violenze che sembrava non avere fine fino all’arresto del 1994.

La procura di Bologna si muove dopo l’intervista

Non è soltanto il presidente dell’associazione dei familiari a voler sentire nuovamente Roberto Savi. La procura di Bologna, guidata dal procuratore Paolo Guido, ha già fatto sapere che procederà a un nuovo interrogatorio del detenuto, dopo le dichiarazioni rilasciate alla trasmissione. Savi, che insieme al fratello Fabio fu uno dei capi riconosciuti della banda, ha infatti insinuato nel corso dell’intervista l’esistenza di alcuni personaggi – «non delinquenti», ha precisato – che avrebbero garantito alla Uno Bianca una sorta di copertura investigativa. Inoltre, ha rilanciato una circostanza già emersa in passato: il vero obiettivo della rapina all’armeria di via Volturno non sarebbe stato il bottino, bensì l’eliminazione di Pietro Capolungo. Proprio per verificare la fondatezza – o la pericolosità – di queste affermazioni, gli inquirenti bolognesi hanno deciso di ascoltarlo di nuovo.

Un caso che non si chiude e le implicazioni televisive del racconto

L’intervista di Francesca Fagnani, che molti osservatori indicano ormai come l’erede più credibile di una certa tradizione d’inchiesta televisiva iniziata con Franca Leosini, ha avuto il merito (o la colpa, a seconda del punto di vista) di riaprire scenari che molti davano per archiviati. Gli ascolti hanno superato il milione di spettatori, e il dibattito conseguente è stato vasto. Ma la sostanza, al di là del successo mediatico, resta giudiziaria: perché dalle parole di Savi – un ergastolano che ha passato più della metà della sua vita dietro le sbarre – potrebbero emergere elementi utili a verificare se qualcuno, all’epoca, abbia davvero protetto la banda. Oppure, come sostiene Alberto Capolungo, si tratti soltanto di «mezze verità e falsità» messe in circolo per confondere ancora una volta le acque.

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