La strategia cinese per l'intelligenza artificiale: aperta, competitiva e sempre più militare

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Nel luglio del 2017 il Consiglio di Stato cinese pubblicava il Piano di sviluppo dell'intelligenza artificiale di nuova generazione, un documento che fissava una tabella di marcia articolata in tre tappe: il raggiungimento della sincronia con i livelli tecnici più avanzati entro il 2020, il conseguimento di una posizione di vertice in alcuni settori entro il 2025, e infine il primato mondiale nella teoria, nella tecnologia e nelle applicazioni entro il 2030, con l'obiettivo dichiarato di trasformare il Paese nel principale centro globale di innovazione per l'IA.

A distanza di sei anni da quella pubblicazione, la Cina si trova in una posizione di forza, ma anche esposta a una serie di vulnerabilità che il suo apparato di sicurezza ha iniziato a tematizzare con crescente franchezza.

La partita si gioca anzitutto sull'infrastruttura. Il Ministero dell'Industria e dell'Informatica ha varato un piano quinquennale che punta a raggiungere i 9.800 exaflops di capacità di calcolo entro il 2030, con un investimento complessivo stimato in 532 miliardi di dollari, e a realizzare un cluster dedicato all'intelligenza artificiale dotato di almeno centomila acceleratori.

La strategia poggia su due pilastri: da un lato la politica cosiddetta East Data, West Computing, avviata nel 2022 per trasferire le attività di calcolo dalle regioni orientali, più densamente popolate, a quelle occidentali, dove terra ed energia costano meno; dall'altro lo sviluppo di chip di calcolo realizzati internamente, necessari a compensare le restrizioni imposte dagli Stati Uniti sull'export di semiconduttori avanzati. I numeri, del resto, indicano una progressione rapida: a fine giugno la capacità di calcolo intelligente cinese aveva raggiunto i 2.185 exaflops, in crescita del 177% su base annua, e un mese dopo era già salita a quota 2.450.

Sul fronte dei modelli, Pechino ha scelto una strada che la distingue nettamente dagli Stati Uniti: quella dell'open source. La maggior parte dei modelli cinesi di punta, si legge in un'analisi dell'Australian Broadcasting Corporation, viene distribuita con licenze aperte, scaricabile e personalizzabile gratuitamente, con un modello di business che si sposta poi sui servizi di integrazione e supporto.

Secondo Kyle Chan, studioso del Brookings Institute, questa scelta mira a favorire l'adozione dei modelli in un ecosistema software più ampio, in contrasto con l'approccio proprietario che caratterizza le principali aziende statunitensi, dove l'accesso avviene tramite abbonamenti a pagamento o consumo di token.

L'obiettivo dichiarato dal quindicesimo piano quinquennale, in vigore dal 2026 al 2030, è integrare l'intelligenza artificiale nel 90% dell'economia nazionale, dai robot umanoidi ai sistemi operativi per il lavoro, passando per le interfacce cervello-computer e i veicoli a guida autonoma.

Se il versante industriale procede spedito, quello della sicurezza interna ha rivelato crepe meno visibili. In un articolo pubblicato sulla rivista China Cyberspace, il ministro della Sicurezza dello Stato Chen Yixin ha elencato una serie di rischi che l'intelligenza artificiale pone alla Repubblica popolare: dalla stabilità politica alla sicurezza delle infrastrutture critiche, fino alla sottrazione di informazioni sensibili e agli equilibri sul campo di battaglia.

Chen, che è anche responsabile ad interim dell'intelligence civile, ha parlato di forze ostili che potrebbero servirsi di video e audio deepfake per condurre vere e proprie guerre informative contro la Cina, definendo quello legato all'IA un pericolo che tocca direttamente la tenuta del sistema politico. Nel suo ragionamento, le minacce non si limitano alla dimensione interna: la competizione militare con gli Stati Uniti e la dipendenza da modelli stranieri, che espone i dati cinesi a potenziali fughe su larga scala, rientrano nello stesso quadro di vulnerabilità.

Sul piano internazionale, la pubblicazione di un saggio da parte dell'amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, che ha chiesto un rallentamento nello sviluppo dei modelli di frontiera e l'adozione di misure restrittive nei confronti della Cina, ha suscitato una reazione immediata.

Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha dichiarato che la diffusione di narrazioni basate sulla minaccia, insieme a dinamiche di confronto e concorrenza sleale, non fa che interferire con il processo di governance globale dell'intelligenza artificiale, sottolineando come lo sviluppo dell'IA debba invece essere orientato al benessere comune dell'umanità.

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