Migranti climatici, l'Europa restringe il diritto d'asilo: vietata la domanda di protezione
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Redazione Interno
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Chi fugge da siccità, inondazioni o altri eventi legati al clima non potrà più presentare, all'interno dell'Unione Europea, una domanda di asilo o di protezione internazionale. Questa esclusione, che di fatto istituzionalizza una differenza di trattamento giuridico rispetto ad altre categorie di profughi, è una delle disposizioni più significative contenute nel nuovo pacchetto di norme sui rimpatri, il cui via libera definitivo è arrivato lo scorso 8 dicembre dal Consiglio dell'Unione Europea. È proprio in questa sede, che riunisce i ministri e i capi di governo degli Stati membri, che si sono definite le linee politiche di un provvedimento il cui iter ha messo in luce, ancora una volta, i delicati equilibri di potere tra le istituzioni comunitarie.
Il via libera alla lista dei Paesi "sicuri"
Parallelamente, il Parlamento europeo ha dato il suo assenso al regolamento che definisce i criteri per la compilazione di una lista di Paesi "terzi" e di origine considerati sicuri, uno strumento chiave per attivare le procedure accelerate di esame delle richieste d'asilo alle frontiere esterne. Su questo punto aveva puntato molto il governo italiano, vedendo nella normativa europea in arrivo una cornice giuridica che potesse sostenere il progetto dei centri di trattenimento in Albania, sebbene l'iniziativa fosse stata di fatto bloccata da una serie di provvedimenti giudiziari. I magistrati, infatti, avevano sospeso i trasferimenti, sollevando dubbi di legittimità davanti alla Corte di Giustizia europea.
La risposta normativa italiana e il ruolo della magistratura
Proprio per cercare di superare gli ostacoli posti dalle sentenze dei tribunali, il governo aveva emanato un decreto legge – poi confluito nel cosiddetto "decreto flussi" – che individuava in via autonoma gli Stati da considerare sicuri. Questa mossa, tuttavia, non ha trovato immediato accoglimento presso gli organi giudicanti: il Tribunale e, successivamente, la Corte d'Appello di Roma hanno mantenuto la sospensione dei trasferimenti in Albania, deferendo la questione alla Corte di Giustizia dell'Ue per un giudizio definitivo. Anche la Corte di Cassazione, con due pronunce emesse a dicembre, ha ritenuto necessario investire la Corte europea della decisione, segnalando le profonde perplessità sollevate dall'operato dell'esecutivo.
La pressione degli Stati membri per nuovi accordi
L'orientamento politico generale, d'altronde, sembra procedere in una direzione di ulteriore rigidità. Una lettera inviata alla Commissione europea da diciannove Stati membri, tra cui l'Italia – che ha visto le firme dei ministri degli Esteri e dell'Interno –, chiede con urgenza lo sviluppo di "partenariati innovativi" per contrastare le migrazioni irregolari. Il testo, nel solco di una strategia già avviata, insiste sulla necessità di rafforzare gli accordi con i Paesi terzi definiti sicuri, individuando in questo strumento la via maestra per combattere il traffico di esseri umani e, almeno nelle intenzioni, per affrontare quelle che vengono indicate come le cause profonde dei flussi migratori.




