Mac Pro, Apple chiude l’ultima torre professionale
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Redazione Scienza e Tecnologia
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C’era una volta il computer che stava sulla scrivania non per bellezza ma per necessità, una macchina d’officina con il monitor sopra, i cavi dietro, le mani davanti. Il suo rapporto con il design era più ruvido, quasi pratico, prima che la forma diventasse inevitabile. Per questo la storia del Mac Pro, a volerla raccontare dal vero inizio, non comincia affatto con quel nome, ma con l’idea che un professionista potesse aprirlo, sostituire una scheda, aggiungere memoria, cambiare il destino della propria postazione senza cambiarne l’anima. E proprio quel capitolo, ieri, si è ufficialmente chiuso.
Apple ha infatti rimosso il Mac Pro dal proprio sito ufficiale, una pagina che fino a pochi giorni fa era attiva e che ora reindirizza alla sezione generale dei Mac, dove del desktop modulare non c’è più traccia. Una conferma arrivata direttamente dall’azienda a 9to5Mac: la produzione è stata interrotta e, soprattutto, non esistono piani per futuri modelli. La decisione, comunicata il 26 marzo 2026, non riguarda quindi solo l’attuale configurazione con chip M2 Ultra – risalente ormai al 2023 – ma sancisce la fine dell’intera linea, nata nel 2006 per ereditare il testimone dai Power Mac.
Un’eredità fatta di slot e compromessi
L’ultima versione in vendita era quella del 2019, il modello soprannominato “grattugia” per la griglia frontale, che aveva segnato il ritorno alla torre modulare dopo l’esperimento controverso del cilindro nero del 2013, una forma che molti, negli anni, avrebbero ribattezzato “trash can” per via delle limitazioni termiche e della scarsa espandibilità. Quella torre, nel 2019, arrivò con processori Intel e la promessa di una modularità estrema: slot PCIe, MPX module per le schede video, la possibilità di cambiare praticamente tutto. Una promessa mantenuta solo in parte, perché con il passaggio ai chip Apple Silicon – avvenuto su larga scala dal 2020 – il concetto stesso di espandibilità è entrato in crisi. L’aggiornamento al chip M2 Ultra nel 2023 fu un tentativo di tenere in vita il progetto, ma la piattaforma non riuscì più a giustificare un prezzo di partenza che sfiorava i 7.000 dollari, specie quando il Mac Studio, con il più recente M3 Ultra, offriva prestazioni paragonabili in un formato decisamente più compatto.
Mac Studio, il nuovo centro di gravità
Con l’uscita di scena del Mac Pro, il ruolo di desktop professionale di riferimento passa quindi al Mac Studio, un prodotto che Apple ha progressivamente rafforzato. La macchina, oggi, può montare il chip M3 Ultra, con 32 core di CPU e 80 core di GPU, affiancati da una memoria unificata fino a 256 gigabyte e 16 terabyte di storage SSD. Numeri che coprono le esigenze del montaggio video pesante, del 3D e dello sviluppo complesso, quelli che un tempo erano il territorio esclusivo della torre. Ma il passaggio non è solo tecnico: è concettuale. Il Mac Studio rinuncia alla modularità interna estrema, ma in cambio guadagna in rapporto tra potenza, dimensioni e prezzo, allineandosi a una strategia che Apple sta portando avanti da anni, quella di un’integrazione totale tra hardware e software dove le configurazioni si decidono in fase d’ordine, non più col cacciavite in mano.
Una gamma più snella e un’idea diversa di potenza
Con la rimozione del Mac Pro, la gamma desktop Apple si riduce a tre pilastri: l’iMac 24 pollici con chip M4, il Mac mini con M4 e M4 Pro, e appunto il Mac Studio. Sul fronte portatile, l’offerta si compone di MacBook Neo, MacBook Air e MacBook Pro. Una line-up che, spiega Apple, è pensata per essere più chiara, eliminando il prodotto di fascia alta che rischiava di confondere chi cercava il massimo delle prestazioni senza conoscere le sottili differenze tra le generazioni di chip. A completare il quadro, una scelta tecnica arrivata con macOS Tahoe 26.2, che ha introdotto una funzione a bassa latenza basata su Thunderbolt 5 e RDMA, capace di mettere in rete più Mac per sommarne la potenza di calcolo. Per i professionisti che necessitano di carichi estremi, la risposta di Cupertino non è più una torre espandibile, ma un ecosistema distribuito dove la modularità diventa esterna.
Un’epoca finisce, insomma, non con un annuncio solenne, ma con una pagina rimossa dal sito, un indirizzo che non porta più a un prodotto ma a un’idea diversa di cosa debba essere, oggi, una macchina professionale.




