Campo largo, la chat WhatsApp dei quattro leader e il pranzo senza Schlein

Campo largo, la chat WhatsApp dei quattro leader e il pranzo senza Schlein
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Redazione Interno Redazione Interno   -   Esiste un gruppo WhatsApp nel quale i leader del campo largo si scambiano messaggi, si sfogano e provano a coordinarsi. Ne fanno parte Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. L'idea della chat sarebbe stata proprio di Fratoianni, stando a quanto ricostruito dal Corriere della Sera e ripreso da diverse testate: un modo come un altro per parlarsi, visto che gli incontri di persona si sono fatti rarefatti e quasi mai coinvolgono tutti e quattro insieme. I progressi, però, restano limitati.

Anzi, è proprio in quella chat che Schlein ha smentito la versione di Conte sulla proposta di un «terzo nome» per guidare la coalizione.

La smentita di Schlein nella chat

Conte nei giorni scorsi aveva raccontato di aver proposto alla segretaria dem un passo indietro reciproco per individuare una figura terza, di garanzia, gradita a tutta la coalizione. Schlein, secondo quanto filtra dalla chat, ha replicato in modo netto: «Non è vero che è andata come scrivono e come ha detto Giuseppe, Conte mi ha solo chiesto se si andava dritti alle primarie e io ho risposto di sì, lui non ha mai ipotizzato un terzo nome». Due argomenti, il passo indietro e il federatore esterno, che a sentire la segretaria dem non sarebbero stati neppure sfiorati.

La precisazione, affidata al gruppo WhatsApp, è arrivata dopo che la versione dell'ex premier aveva trovato spazio sui giornali, lasciando più di un malumore tra le fila democratiche.

Il pranzo a tre alla Camera

Mentre nella chat si consumava lo scambio a distanza, alla Camera andava in scena un pranzo a tre. Conte si è intrattenuto a lungo su un divanetto con Bonelli, poi i due si sono diretti al ristorante di Montecitorio e hanno chiamato Fratoianni, che si è unito a loro. Nel menu, oltre alla zuppa di lenticchie, le difficoltà di una coalizione che non riesce a fare passi avanti. Schlein non c'era, anche se in mattinata era stata a Montecitorio per il voto sulla legge elettorale.

L'assenza è stata spiegata con un principio di influenza che la tormenta da un po', ma tra le truppe dem l'umore non era dei più distesi: quel tavolo senza la leader del maggior partito di opposizione è stato vissuto come uno sgarbo. Il senatore Filippo Sensi, della minoranza riformista del Pd, ha commentato: «Non sarà il gioco delle sedie a dotarci di un programma convincente e di un profilo di governo. Diamoci una mossa».

Le versioni contrapposte sul menu

Alla fine dell'incontro, le risposte dei protagonisti sono state elusive. Conte ha tagliato corto: «Non abbiamo parlato di politica». Poi ha aggiunto che ci sarà un tavolo anche con Schlein: «Certo, sul programma ci sarà un incontro». Bonelli ha precisato che non c'era nulla di programmato: «Ci siamo incrociati, siamo andati a mangiare e abbiamo discusso di legge elettorale». Fratoianni ha parlato di «un proficuo scambio di vedute». Per tanti, però, si tratta di una excusatio poco convincente.

È noto che proprio i rossoverdi siano i più ostili alle primarie, considerate divisive e rischiose in termini di scorie difficili da smaltire. Conoscono il malumore strisciante in un pezzo di Pd, dove più d'uno ha confidato a Bonelli che una sconfitta di Schlein alle primarie sarebbe un disastro per il partito.

Il nodo delle primarie e il timing

La partita vera resta quella sulle primarie e sui tempi. Schlein e Conte si erano incontrati in gran segreto all'inizio della settimana scorsa, lontano da occhi indiscreti, e da quel faccia a faccia sarebbe uscita una sorta di intesa: prima si aspetta di capire cosa deciderà la Corte costituzionale sui ricorsi contro la nuova legge elettorale, poi, se resterà in piedi l'obbligo per le coalizioni di indicare il candidato premier, non resterà altro da fare che montare i gazebo. Il problema è che quasi nessuno sembra volerle davvero, queste primarie. Bonelli e Fratoianni le temono.

Conte ha provato fino all'ultimo a evitarle. E pure nel Pd c'è chi teme che lo scontro tra i due leader possa trasformarsi in una guerra interna. Schlein, dal canto suo, non ha nessuna intenzione di farsi da parte. In Direzione ha spiegato: «Generosi sì, ingenui no». E ha aggiunto una frase che nel campo largo pesa parecchio: «Non è che uno vale uno». Il ragionamento è lineare: il Pd è il partito più grande della coalizione e per la segretaria sarebbe normale che a guidare fosse il partito che prende un voto in più.

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