Un rito sciamanico finito in tragedia: cinque indagati per la morte di Alex Marangon
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La procura di Treviso ha formalmente iscritto nel registro degli indagati cinque persone, chiamate a rispondere a vario Titolo per la morte di Alex Marangon, il barista ventiseienne di Marcon il cui Corpo venne rinvenuto, due giorni dopo la sua scomparsa, sul greto del fiume Piave a Vidor. La terribile scoperta, datata 2 luglio del 2024, pose fine alle ricerche del giovane, scomparso nella notte tra il 29 e il 30 giugno dopo aver preso parte a un incontro, definito di carattere sciamanico, tenutosi all’interno di una abbazia della zona. I pubblici ministeri, coordinando le indagini dei carabinieri, stanno lavorando sull’ipotesi che il decesso sia avvenuto come conseguenza di altro reato, in particolare la cessione di sostanze stupefacenti, le quali avrebbero alterato lo stato di coscienza del ragazzo fino a condurlo, secondo quanto ricostruito, a una caduta dall’altezza di circa dieci metri.
Le figure al centro dell’inchiesta giudiziaria
Tra i cinque indagati, le cui posizioni sono distinte ma tutte ricondotte alla dinamica della serata, figurano gli organizzatori dell’evento, Andrea Zuin e la compagna Tatiana Marchetto, nonché la moglie del proprietario della struttura che ospitò il raduno. Il quadro investigativo, del resto, si completa con i profili dei due cosiddetti “curanderos”, Sebastian Castillo e Jhonny Benavides, cittadini colombiani che avrebbero diretto il rito e che attualmente risultano irreperibili alle autorità italiane. A loro, in particolare, viene attribuito il ruolo centrale nella somministrazione di quelle sostanze psicotrope, presentate come parte integrante della cerimonia, che avrebbero stravolto le percezioni dei partecipanti, Marangon compreso, privandoli di qualsiasi capacità di autodeterminazione e di salvaguardia della propria incolumità.
La ricostruzione dei fatti e le accuse
La notte della scomparsa, dunque, prende forma come una sequenza drammatica dove la ricerca di un’esperienza alternativa, attraverso pratiche esotiche e l’assunzione di droghe, si è trasformata in un destino ineluttabile. L’evento, promosso come un momento di crescita spirituale e di contatto con dimensioni altre, si sarebbe svolto all’insegna della somministrazione di preparati naturali ad alto contenuto psicoattivo, i quali, lungi dall’aprire porte della percezione, avrebbero invece annebbiato i sensi del giovane barista. In quello stato di alterazione profonda, privato di lucidità e di controllo motorio, Alex Marangon avrebbe compiuto i passi che lo condussero al ciglio di un dislivello, morendo sul colpo per i traumi riportati nell’impatto col terreno; il suo, trasportato dalla corrente, fu ritrovato a poca distanza dal luogo del fatale volo.
Il percorso giudiziario e le implicazioni del caso
L’iscrizione nel registro degli indagati, che segue un complesso lavoro di analisi tossicologica e di acquisizione di testimonianze, segna una tappa cruciale nell’inchiesta, la quale dovrà ora accertare le responsabilità penali di ciascuno. La qualificazione giuridica ipotizzata dagli inquirenti – ossia la cessione di stupefacenti e la morte come conseguenza di altro reato – delinea un nesso causale stringente tra le azioni degli organizzatori e dei conduttori del rito e l’esito letale. La vicenda, per la sua peculiarità, solleva interrogativi ampi sulle forme di aggregazione e sulle offerte di esperienze estreme che, seppur ammantate di spiritualità, nascondono rischi concreti e, come in questo caso, una totale assenza di tutele e di preparazione nel gestire gli effetti delle sostanze impiegate, lasciando i partecipanti in balia di se stessi e di forze che non possono dominare.




