«Cronaca di un amore» al Municipale, la doppia solitudine di Callas e Pasolini diventa opera

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Era l’estate del 1969, sul set di Medea, tra le rovine della Cappadocia e i paesaggi della laguna veneta, che Pier Paolo Pasolini e Maria Callas vissero una storia d’amore rimasta a lungo ai margini delle rispettive biografie. Non un idillio consumato, ma un legame fatto di attrazione intellettuale e fragilità condivise: lui, poeta e cineasta omosessuale che cercava forse nella Divina una forma inedita di salvezza dopo la fine della relazione con Ninetto Davoli; lei, soprano ritiratasi dalle scene e ferita dall’abbandono di Aristotle Onassis, che in quell’uomo “geniale e gentile” sperava di trovare infine una semplicità negata alla carriera. È da questo equivoco fecondo, da questa “inconciliabilità tra amore ed eros” che nasce Cronaca di un amore. Callas e Pasolini, opera in prima mondiale al Teatro Municipale di Piacenza, frutto di una commissione coraggiosa voluta dalla sovrintendente Cristina Ferrari e realizzata in coproduzione con il Comunale di Bologna e la Fondazione Haydn di Bolzano e Trento.

Il giovane compositore Davide Tramontano, classe 2000, e il librettista Alberto Mattioli, critico musicale di lungo corso, hanno scelto di non scrivere una biografia né un omaggio celebrativo. Il loro lavoro, presentato in questi giorni sulle scene piacentine, scava piuttosto nello scarto tra due personalità artistiche opposte e complementari: la vocalità lirica ed eterea della Callas – qui affidata al soprano Carmela Remigio – si contrappone inizialmente a quella più declamata e materica di Pasolini, interpretato dal baritono Bruno Taddia. Tramontano ha concepito una partitura sinfonica in cui i materiali musicali non si limitano ad accompagnare l’azione, ma si sovrappongono e si trasformano come frammenti di memoria, in un gioco di specchi che riflette la natura irrisolta del rapporto.

Sul palcoscenico, la regia di Davide Livermore e Mercedes Martini restituisce quella tensione con un impianto visivo che fa ampio uso di proiezioni e rielaborazioni grafiche delle celebri foto scattate durante le riprese di Medea: su tutte, quella del bacio sulla spiaggia di Grado, quando Pasolini regalò alla Callas un anello di corniola, alimentando voci di un fidanzamento o addirittura di un possibile matrimonio. A rendere ancor più complesso il quadro psicologico, il libretto introduce due figure chiave: la Madre di Pasolini, interpretata da Caterina Meldolesi, che in alcune dichiarazioni pubbliche dell’epoca arrivò a definire la Callas “la sola che mio figlio può sposare”, e un giovane amante del poeta – Didier Pieri nel ruolo del Ragazzo – che incarna il conflitto tra desiderio e imposizione sociale.

Nel finale dell’opera, i due protagonisti si trovano l’uno di fronte all’altra in un “non duetto”: due monologhi paralleli che rivelano tutta la distanza incolmabile tra la loro solitudine. “Voglio che qualcuno ami Maria, non la Callas”, dice lei, mentre Pasolini si confessa: “Ho sempre amato solo mia madre”, per poi proiettarsi verso una notte alla Stazione Termini alla ricerca di un anonimo. La partitura, diretta da Enrico Lombardi alla guida dell’Orchestra Filarmonica Italiana, asseconda questa deriva con una scrittura che recupera la tradizione senza mai abbandonare il terreno della contemporaneità, in un equilibrio che ha convinto il pubblico presente alla prima.

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