Parigi-Roubaix 2026, van der Poel cerca il poker e Pogacar l’all-in definitivo

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Domenica 12 aprile, sull’asfalto irregolare che serpeggia tra Compiègne e il mitico Velodromo di Roubaix, andrà in scena la 123esima edizione di una corsa che non ha bisogno di presentazioni. La Parigi-Roubaix, si sa, non è soltanto una classica: è l’Inferno del Nord, un’ossessione lastricata di pietre dove il vincitore si guadagna non un trofeo ma una pietra del pavé da esporre come un teschio sul camino. E quest’anno il plotone si presenta al via con due narrazioni parallele che, pur correndo sulla stessa strada, difficilmente potranno coincidere.

Da un lato c’è Mathieu van der Poel, il quale insegue un’impresa che nessuno, fino a oggi, ha saputo firmare: vincere la quarta Roubaix della carriera. Un poker che lo proietterebbe da solo, o quasi, nell’albo d’oro dei più grandi battitori di pietra, visto che il record condiviso da Roger De Vlaeminck e Tom Boonen si ferma a quota quattro. Il fiammingo e il belga, va detto, guidano la classifica cannonieri con quattro successi a testa, mentre Francesco Moser li segue a ruota – eccellente il gioco di parole – con tre vittorie consecutive e un record particolare: trionfò nel 1978 in maglia iridata, l’anno dopo con quella della Sanson e l’anno dopo ancora con il tricolore di campione d’Italia. «Non ho vinto la quarta – scherzò anni dopo Moser – perché ormai non c’erano più tipologie di maglie da mostrare».

Dall’altro lato, e qui il discorso si fa ancora più denso, c’è Tadej Pogacar. Lo sloveno, fresco di tris al Giro delle Fiandre e spinto da un’indole ancor più famelica del solito, ha in canna un colpo notevole. Perché lui non vuole soltanto vincere una Roubaix: vuole diventare il quarto uomo della storia – dopo Rik van Looy, Eddy Merckx (ça va sans dire) e lo stesso De Vlaeminck – a essersi aggiudicato tutte e cinque le Monumento. L’obiettivo successivo, va da sé, sarebbe farle sue tutte nello stesso anno: qui non esistono precedenti, e nemmeno aggettivi per descriverne la portata.

I settori che fanno la differenza, 54,8 chilometri di gloria e sofferenza

Il pavé, si ripete fino alla noia, è l’essenza della Parigi-Roubaix. Sono le pietre ad animare l’Inferno del Nord, l’iconicità per eccellenza di una delle corse più mitologiche del ciclismo. Gli atleti, domenica, dovranno mettersi alla prova in ben trenta settori di pavé distribuiti lungo 258,3 chilometri complessivi. Lo scenario, va detto, non cambia rispetto alle ultime edizioni: il percorso è praticamente lo stesso, con la partenza fissa da Compiègne e l’arrivo che – come da tradizione – esplode all’interno del Velodromo. Nessuna salita, intendiamoci, ma un avversario ostico, sporco e rumoroso che non concede tregua.

Ganna, van Aert e Pedersen: gli outsider pronti a infilarsi nel caos

Se van der Poel e Pogacar rappresentano i due fronti principali del pronostico, sarebbe miope dimenticare il terzo anello di questa catena. Filippo Ganna, Wout van Aert e Mads Pedersen partono ufficialmente nel ruolo di outsider, che in una corsa come la Roubaix è spesso la posizione più comoda prima dell’urto. Il primo, Ganna, può contare su una potenza allo stato puro e su una cronometro che sui lunghi rettilinei del Nord diventa un’arma di dissuasione di massa. Van Aert, dal canto suo, ha già dimostrato di saperci fare con le pietre – anche se la vittoria gli è sfuggita più volte per un pugno di centimetri – mentre Pedersen, campione del mondo nel 2019, possiede quella cattiveria e quella sensibilità in sella che sulle sconnessioni fanno la differenza.

Moser, De Vlaeminck e il voto di chi le pietre le ha vissute

Francesco Moser, interpellato nelle scorse settimane, non ha avuto dubbi: «Io voto Van der Poel. Tecnica e gran forza». Un parere, il suo, che pesa doppiamente perché arriva da uno che quel pavé lo ha domato tre volte di fila, un’epopea che nessun italiano ha più replicato. De Vlaeminck, invece, osserva da par suo, con il record di quattro Roubaix ancora ben saldo in bacheca. Ma il bello, in questa edizione, è proprio che nessun record sembra al sicuro. Né quello del belga, né quello dell’olandese, né tantomeno l’ambizione folle di Pogacar. Perché alla fine, all’Inferno del Nord, non contano le chiacchiere. Contano le pietre, le cadute, il vento e quella mezz’ora di buio che arriva sempre prima del dovuto.

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