Scarseggiano i carburanti e la ricetta Ue è: «State a casa»
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Redazione Interno
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La guerra in Medio Oriente, con il suo fronte principale in Iran, ha chiuso di fatto lo stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso il quale passa un quinto dell’offerta mondiale di petrolio. Le conseguenze, inevitabili, si sono abbattute sui mercati globali e, di riflesso, sui distributori italiani dove il diesel ha superato ampiamente la soglia dei due euro al litro. Mentre i prezzi del greggio volano e l’incertezza regna sovrana, dall’Europa arriva una ricetta che, a un primo acchito, sembra riportare indietro le lancette dell’orologio di almeno tre anni, fino ai tempi bui del Covid: limitare gli spostamenti, lavorare da casa, abbassare la velocità in autostrada.
L’allarme, raccolto e rilanciato dal commissario Ue per l’Energia Dan Jørgensen, era stato lanciato già qualche settimana fa dall’Aie, l’Agenzia internazionale dell’energia. L’organismo, che rappresenta il punto di riferimento più autorevole nel settore dei combustibili fossili, ha stilato un vero e proprio decalogo per far fronte all’emergenza. «State a casa» è il mantra che risuona dalle stanze di Bruxelles: i governi sono invitati a ridurre la domanda di mobilità, a incentivare lo smart working per almeno tre giorni a settimana e a tagliare la velocità in autostrada di almeno dieci chilometri orari. Misure che, se nel 2022 erano state pensate per rispondere all’invasione russa dell’Ucraina, oggi vengono riproposte in un contesto geopolitico profondamente mutato ma altrettanto drammatico.
L’effetto montagne russe di Trump e il nodo del Patto di stabilità
Sullo sfondo, a complicare ulteriormente il quadro, ci sono le comunicazioni contraddittorie che arrivano dalla Casa Bianca. Trump, che è di nuovo il presidente degli Stati Uniti, ha promesso una fine rapida del conflitto, sostenendo che Teheran sia ormai in ginocchio, ma le sue dichiarazioni – prive di dettagli concreti sui piani di riapertura dello Stretto – continuano a provocare l’effetto montagne russe sui mercati, con il Brent che schizza oltre i 106 dollari al barile per poi ritracciare. Una volatilità, questa, che tiene col fiato sospeso le economie occidentali.
E se l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni chiede a gran voce una revisione profonda del sistema Ets, il meccanismo delle quote di emissioni che molti ritengono una zavorra per i prezzi dell’energia, Bruxelles frena. La proposta di «mettere in pausa» la cancellazione automatica delle quote in eccesso è sul tavolo, una sorta di piccolo salvagente tecnico per aumentare la liquidità del mercato in caso di picchi estremi. Tuttavia, per la vera riforma degli Ets – quella strutturale che l’Italia considera indispensabile – bisognerà attendere almeno luglio. Una tempistica che stride con l’urgenza del momento, anche perché le rigide regole del Patto di stabilità restano lì, immutabili, a impedire manovre espansive che potrebbero alleviare il costo delle bollette per famigge e imprese.
L’eredità del 2022 e una dipendenza ancora profonda
Non si tratta, in fondo, di un copione del tutto inedito. Nel 2022, con l’invasione dell’Ucraina, l’Aie aveva già elencato quelle dieci azioni per ridurre il consumo di combustibili, azioni che avevano prodotto effetti benefici a breve termine ma anche sul lungo periodo, contribuendo a ridurre l’inquinamento. Eppure, a distanza di quattro anni, la fotografia scattata da Eurostat mostra un’Europa ancora drammaticamente vulnerabile: petrolio e gas importati rappresentano ancora il 60 per cento del mix energetico dell’Unione.
I dati diffusi dall’ufficio statistico europeo non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche: se è vero che la produzione interna si basa sempre più su rinnovabili (48 per cento) e nucleare (28 per cento), le importazioni riguardano quasi esclusivamente combustibili fossili. Un’asimmetria che spiega perché Paesi come l’Italia, dove il gas naturale pesa per il 36 per cento nel mix, siano messi peggio di nazioni come la Francia o la Svezia, protette rispettivamente dal nucleare e dalle rinnovabili. La dipendenza energetica netta dell’Ue si attesta ancora al 57 per cento, un dato quasi identico a quello di vent’anni fa.
La sveglia di Jørgensen e le misure immediate
Di fronte a questo scenario, il commissario Jørgensen ha suonato la sveglia: «Preparatevi tempestivamente a un’interruzione potenzialmente prolungata» delle forniture, ha detto ai ministri dei 27 Paesi membri, raccomandando l’adozione immediata del decalogo dell’Aie. Un appello che non è caduto nel vuoto, anche se l’entusiasmo dei governi è frenato dalla consapevolezza che queste misure – per quanto efficaci nel ridurre la domanda – rappresentano un’operazione tampone, non una cura definitiva.
La strada maestra indicata dalla Commissione resta quella della transizione energetica: accelerare sulle rinnovabili per rendersi finalmente immuni ai ricatti dei dittatori e alle guerre lontane. Ma mentre si attende che il sole e il vento sostituiscano del tutto petrolio e gas, l’unica certezza è il ripetersi di un rituale già visto. Come durante la pandemia, si torna a parlare di «smart working obbligatorio», di limiti alla circolazione con le targhe alterne e di riduzione dei voli aerei, una de-escalation forzata della mobilità per far quadrare i conti energetici di un continente rimasto troppo a lungo legato al caro greggio.




