Francesco Toldo, dalla notte di Amsterdam alla Protezione Civile: “Lasciare il calcio è stata una liberazione”
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Redazione Sport
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Nell’immaginario collettivo, il nome di Francesco Toldo evoca ancora quella magica notte di Amsterdam, durante gli Europei del 2000, quando i rigori calciati dagli olandesi sembravano non trovare mai la via del gol, respinti uno dopo l’altro da un portiere che quella sera, con la colla nei guanti, si trasformò in un gigante buono.
Ma la carriera dell’ex estremo difensore veneto, oggi cinquantaquattrenne, racchiude ben altri capitoli prestigiosi, dagli anni gloriosi trascorsi a Firenze al fianco di Batistuta fino ai grandi trionfi con l’Inter, senza dimenticare una Champions League vinta da secondo, quella del 2010, che lui stesso definisce come la più goduta. Eppure, nonostante un palmares che farebbe invidia a chiunque, Toldo ha scelto di voltare pagina senza rimpianti, trovando una nuova dimensione lontana dai riflettori e dal campo.
Il peso di un cognome e la scelta controcorrente
C’è un aneddoto che Francesco Toldo racconta con un sorriso, quasi a sottolineare quanto il destino gli abbia giocato un tiro mancino, perché suo padre, per intenderci, avrebbe voluto che diventasse tabaccaio, una professione tranquilla, lontana dalle parate e dagli sprint sotto i pali. Invece il figlio, spinto da una passione più forte di qualsiasi progetto familiare, ha costruito una carriera lunga oltre due decenni, collezionando più di 600 presenze tra i professionisti e dieci trofei nazionali, tra cui cinque campionati.
Ma se il calcio gli ha regalato soddisfazioni immense, come quella di segnare due gol proprio a Buffon – un’impresa che lui definisce epica, chiedendosi quando potrà ricapitare –, la vita dopo il fischio finale si è rivelata altrettanto ricca, se non di più.
La liberazione del primo giorno senza campo
Francesco Toldo non usa mezzi termini quando parla del suo addio al calcio giocato, perché quel primo giorno senza allenamento, senza il prato sotto i piedi, è stato per lui una vera e propria liberazione, una sensazione che forse sorprende chi lo ricorda ancora come l’eroe di Amsterdam o come il portiere che ha vinto tutto con l’Inter.
Lontano dagli spogliatoi e dalle dinamiche del calcio moderno, che lui osserva con distacco, si dedica oggi alla famiglia, collabora con il progetto delle Inter Legends e, fatto che forse pochi conoscono, presta servizio come volontario nella Protezione Civile di Milano, un’attività che gli regala un contatto autentico con le persone e con la città. È proprio in questo ruolo, lontano anni luce dal business del pallone, che Toldo si definisce una persona felice, con tanti interessi, ribadendo con convinzione che non esiste solo il pallone, e che lui non ci tornerebbe mai.
La Champions League più bella e il rapporto con il tempo
Tra i trofei sollevati nella sua carriera, c’è una Champions League, quella del 2010, che occupa un posto speciale nel suo cuore, non perché fosse la più difficile da conquistare, ma perché lui, da secondo portiere alle spalle di Julio Cesar, ha potuto viverla con una serenità e una consapevolezza diverse, gustandosi ogni istante senza l’ansia della prestazione.
Questa capacità di apprezzare il momento, di non farsi divorare dalla competizione, è forse la chiave per comprendere il suo distacco sereno dal mondo del calcio, un ambiente che lui ha frequentato ad altissimi livelli ma dal quale è uscito senza guardarsi indietro. Oggi, a 54 anni, Toldo si gode la vita quotidiana, fatta di piccole cose e di impegni concreti come il volontariato, lontano dalle pressioni e dai ritmi forsennati che caratterizzano il calcio dei grandi numeri, e in questa nuova esistenza ha trovato un equilibrio che forse, da calciatore, non aveva mai davvero cercato.
Il rigore parato a se stesso
Se c’è un’immagine che resterà per sempre legata al nome di Francesco Toldo, quella è la sequenza di parate sugli undici metri olandesi, un’impresa che sembrava appartenere più alla leggenda che alla realtà, e che invece lui ha realizzato con una freddezza e una tecnica straordinarie. Ma a parlare oggi non è più l’atleta che sfidava gli attaccanti avversari, bensì un uomo che ha saputo riconoscere il momento giusto per chiudere un capitolo e aprirne un altro, senza rimpianti o nostalgie.
La sua scelta di restare fuori dal sistema calcio, di non inseguire ruoli da allenatore o dirigente, è una testimonianza rara in un mondo dove spesso si fa fatica a staccarsi, e dove la fama rischia di diventare una gabbia. Toldo, invece, ha preferito la libertà di un volontario, la gioia di una famiglia, la concretezza di un impegno civile, dimostrando che il dopo può essere altrettanto appassionante, se si ha il coraggio di guardare avanti.
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