Giorgia Meloni all’Unione africana: “Il nostro futuro dipende dal vostro, l’Italia farà da ponte con l’Europa”
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Redazione Interno
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È stata una Giorgia Meloni che ha scelto toni misurati ma decisi, quelli che si usano quando ci si rivolge a un consesso di pari, a intervenire ieri ad Addis Abeba dinanzi all’Assemblea dei capi di Stato e di governo dell’Unione africana. La presidente del Consiglio, unica leader occidentale invitata ai lavori della trentanovesima sessione ordinaria, ha voluto consegnare ai cinquantaquattro Paesi del continente un messaggio chiaro e netto: “L’Italia e l’Europa — ha scandito dal podio — non possono pensare al futuro senza prendere l’Africa nella giusta considerazione, perché il nostro futuro dipende dal vostro”. Un’ammissione, la sua, che rovescia la tradizionale narrativa degli aiuti, e che arriva all’indomani del secondo vertice Italia-Africa, quello che per la prima volta si è tenuto non a Roma ma qui, nella capitale etiope, quasi a voler simboleggiare uno spostamento del baricentro e un’inversione di rotta nella diplomazia del nostro Paese.
Una cooperazione nuova, quella del Piano Mattei, che vuole rovesciare il vecchio paradigma
Il discorso della premier, che pure non ha lesinato citazioni colte come quella di Plinio il Vecchio (“dall’Africa nasce sempre qualcosa di nuovo”), si è snodato attorno al concetto di cooperazione, parola che Meloni ha voluto etimologicamente dissezionare per restituirle il significato profondo di “lavorare insieme”. “La vera cooperazione — ha spiegato — non vede mai un soggetto attivo e uno passivo, ma esiste solo in una relazione tra pari, dove le specificità di ciascuno sono indispensabili per raggiungere un obiettivo comune. Se guardi dall’alto in basso qualcuno, non puoi cooperare con lui. Se vuoi depredarne le risorse, non stai cooperando. Anche se vuoi semplicemente fare beneficenza, non puoi chiamarla cooperazione”. Parole, queste, che hanno fatto da preludio alla presentazione del Piano Mattei, il progetto italiano che la presidente ha voluto ribadire non essere “un piano per l’Africa, ma il contributo dell’Italia alla vostra agenda”, con un focus specifico per l’anno in corso sui progetti legati all’acqua e un’attenzione costante agli obiettivi dell’Agenda 2063 dell’Unione africana.
Dalle infrastrutture strategiche alla conversione del debito, la partita si gioca su più tavoli
E se il Piano Mattei, stando alle parole di Meloni, è ormai “una realtà operativa e strutturata che genera risultati tangibili”, a dare sostanza alla nuova strategia italiana sono i progetti concreti messi in campo. Tra questi, un ruolo centrale lo gioca il Corridoio di Lobito, la dorsale ferroviaria e infrastrutturale che collegherà i mercati africani a quelli globali e che vede l’Italia in prima linea insieme agli Stati Uniti — e qui va ricordato che alla Casa Bianca siede nuovamente Donald Trump — e all’Unione europea. Ma la premier ha voluto insistere anche su un altro fronte, quello del debito, annunciando un ampio programma di conversione per i Paesi africani più fragili e vulnerabili. “Abbiamo deciso di lanciare un programma che prevede la trasformazione completa del debito in investimenti e il rafforzamento del contributo ai fondi Ida della Banca Mondiale — ha dichiarato Meloni —, introducendo inoltre specifiche clausole di sospensione del debito nei nostri prestiti bilaterali per i Paesi colpiti da eventi climatici estremi”. Sono scelte, ha aggiunto, “fondate sulla giustizia e sulla responsabilità, fondamentali per liberare risorse vitali per lo sviluppo e per garantire pace e prosperità”.
Il diritto a restare e la battaglia contro l’egoismo di chi vede nell’emigrazione una necessità
Tutt’altro che marginale, nell’intervento della presidente, è stato il capitolo migrazioni, affrontato con una prospettiva che ribalta il consueto punto di vista europeo. “Coloro che ritengono che la migrazione sia necessaria e indispensabile — ha affermato Meloni — agiscono in realtà in modo egoistico. Se i giovani lasciano la propria terra e il proprio popolo alla ricerca della promessa di una vita migliore, che ne sarà della storia, della cultura e dell’esistenza del Paese che hanno abbandonato?”. Parole che la premier ha voluto non far proprie, ma attribuire al cardinale guineano Robert Sarah, “un figlio orgoglioso dell’Africa che tiene il futuro dell’Africa vicino al cuore”. Da qui l’impegno, tradotto in iniziative concrete di formazione e lavoro, per garantire quella che ha definito “la libertà di scegliere di restare”, un diritto troppo spesso negato a chi, per fame o guerra, si vede costretto ad affidarsi ai trafficanti e a rischiare la vita nel Mediterraneo.
L’Italia ponte tra due mondi, in un’Africa che “non è un capitolo marginale della Storia”
“Si dice spesso — ha concluso la presidente del Consiglio —, nelle tante analisi dei tempi difficili e complessi che stiamo vivendo, che la Storia abbia ripreso a correre. È vero. E io credo che oggi stia correndo qui. L’Africa non è un capitolo marginale di questa Storia, tutt’altro, e chi non comprende questo scenario rischia di restare indietro”. Un monito, l’ultimo, che suona come un invito all’Europa intera a guardare con occhi nuovi a un continente che cambia, e nel quale l’Italia, forte di quella “propensione al dialogo e rispetto per gli altri” che Meloni ha voluto rivendicare come tratto distintivo del nostro Paese, intende continuare a svolgere un ruolo di ponte privilegiato. Un ponte che, nelle intenzioni della premier, dovrà servire a costruire “un’Africa veramente libera e capace di determinare il proprio destino”, nella consapevolezza che, ormai, il destino dell’uno è inestricabilmente legato a quello dell’altra.




