Aiutarli a casa loro si può. Lo dimostra la storia di successo del nuovo Rwanda

Come gli aiuti e una buona governance hanno fatto del Rwanda un esempio di sviluppo per l'Africa. Lo slogan "Aiutiamoli a casa loro" trova finalmente un riscontro fattuale in questo studio di un ex manager bancario.
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Il 26 gennaio scorso il presidente del Rwanda, Paul Kagame, anche nella sua veste di presidente dell’Unione Africana, si è incontrato con il presidente americano Donald Trump, a margine del Forum economico mondiale (WEF) tenutosi a Davos, in Svizzera. Sono passati ventiquattro anni da quando due milioni di ruandesi vivevano accampati nel campo profughi di Goma nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo).e in quelli dei paesi vicini.Da quei campi è iniziato la storia di riscatto del nuovo Rwanda e del suo popolo. Un paese di 12 milioni di abitanti facente parte di quei 58 paesi dell’ultimo miliardo a rischio di diventare sempre più poveri, che è riuscito attraverso gli aiuti internazionali supportati dall’impegno della sua governance, a ricostituire la propria statualità e ritessere le trame di un tessuto sociale lacerato dando vita a una storia di riscatto. Un esempio anche per il resto del continente africano. E’ la storia che viene raccontata da M.B.Ghilotti, un ex manager bancario e volontario con una quindicina di missioni in Rwanda, in “Aiutiamoli a casa loro. Il modello Rwanda” pag 296 ed. Amazon, (€ 15 cartaceo e € 4,99ebook) dove si dà conto di come il perseguimento di una forte identità nazionale, innervata dalla riscoperta dei valori della tradizione, una sorprendente apertura all’innovazione e moderni modelli gestionali di cui viene data ampia testimonianza nel libro, abbiano consentito all’attuale governance ruandese di fare del Rwanda un paese dove i suoi cittadini valutino che i propri figli possano vivere dignitosamente. Dalle risultanze di questo lavoro, che ripercorre quel lungo percorso che ha portato il Rwanda da Goma a Davos, sembra emergere, con sufficiente evidenza fattuale e numerica, l’efficacia degli aiuti quale strumento di sviluppo di un paese le cui condizioni di partenza, appena uscito da una sanguinosa guerra civile e tra i più poveri del mondo, mai avrebbero lasciato presagire un simile percorso sulla strada della ricostruzione sociale e della ripresa economica. Come autorevolmente sottolineato dalla Banca Mondiale che, in un proprio rapporto del novembre 2017, riconosce come “il Rwanda sia stato in grado di realizzare importanti riforme economiche e strutturali e di sostenere i suoi tassi di crescita economica che, tra il 2001 e il 2015, hanno registrato una media della crescita del PIL reale di circa l'8% annuo. Accompagnando la forte crescita economica con sostanziali miglioramenti degli standard di vita, con un calo dei due terzi della mortalità infantile e con una frequenza quasi universale della scuola elementare, oltre che con il conseguimento, entro la fine del 2015, della maggior parte degli Obiettivi di sviluppo del millennio (OSM)”. Pur essendo ancora significativa la dipendenza dagli aiuti, c’è l’impegno del governo ruandese a mettere in campo politiche volte ad attenuarne nel tempo l’incidenza. Mentre l’efficace gestione delle risorse, resesi disponibili nel corso di questi anni, è stata autorevolmente riconosciuta dal report sull'efficienza dei governi nel 2014 stilato dal World Economic Forum, una speciale classifica che pone in relazione i risultati raggiunti dai singoli governi con le risorse impiegate, che attribuisce al governo del Rwanda un prestigioso settimo posto a livello mondiale (a fronte di un’Italia relegata al penultimo posto). Viene riconosciuto al governo ruandese soprattutto il basso livello di spreco nella spesa pubblica; in ultima analisi si dice che il Rwanda ha saputo e sa fare un ottimo utilizzo delle risorse proprie e di quelle ricevute dai donatori internazionali. Senza dimenticare gli sforzi compiuti per creare le condizioni di sicurezza e di facilitazione del fare impresa per richiamare investitori internazionali a dare vita a nuove imprese nel Paese. Nel tempo, a fatica e pur fra mille contraddizioni, in cui il percorso nella conquista delle libertà civili è ancora lungo e accidentato e il solco che divide il livello di vita tra città e campagne rischia di accentuarsi, si stanno tuttavia creando in Rwanda le condizioni perché il diritto a rimanere non sia un vuoto slogan, ma una reale alternativa, e la tentazione di migrare non faccia breccia nei giovani ruandesi che, in effetti, non sono tra i migranti che sbarcano dai barconi. E questo perché qualcuno, in anticipo di anni sui primi barconi solcanti il Mediterraneo, li ha aiutati a casa loro: dalle grandi istituzioni internazionali ai paesi donatori, dalle grandi ONG fino alla più piccola delle onlus e all’ultimo dei volontari.
Un libro che, come sostiene l’autore, dovrebbero leggere, indistintamente: i fautori dell’aiutiamoli a casa loro da una parte; quelli dell’accoglienza, priva di regole e di realistiche prospettive, dall’altra. I primi per dare un qualche contenuto fattuale al loro slogan.I secondi, i fautori dell’accoglienza, per rendersi conto che è impossibile “rispondere alle sfide epocali, che ci vengono dalle centinaia di milioni di persone del sud del mondo, semplicemente prendendosi comoda cura di poche decine di migliaia di migranti economici”. Un libro che ha la sua forza nella concretezza dei numeri, anche quelli riportati nella Postfazione, in cui si mette a confronto l’uso alternativo delle scarse risorse disponibili tra l’accoglienza e gli aiuti allo sviluppo. Un libro che ci dice che oltre il Mediterraneo si estende l’immenso continente africano, con le sue centinaia di milioni di persone che non vediamo ogni sera al telegiornale, e di cui il piccolo Rwanda è un realistico spaccato.
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