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L'etica dei Variaghi nel libro di Alessandro Varagnolo

Il termine "Variago" evoca immagini di guerrieri d'élite e mercenari legati da giuramenti indissolubili. Eppure, in “VÆRINGARSAGA”, l'onore deve spesso scendere a patti con la sopravvivenza e la politica. Alessandro Varagnolo ci guida nei meandri della psicologia di questi uomini di frontiera, sospesi tra la fedeltà al proprio signore e l'ambizione personale.
Roma, (informazione.news - comunicati stampa - arte e cultura)

Buongiorno Alessandro. I tuoi protagonisti non sono cavalieri senza macchia, ma uomini mossi da un pragmatismo brutale. Era questo il vero volto della società norrena dell’epoca?

I primi cavalieri, intesi nel senso classico, sono arrivati solo sul finire del XI secolo, affermandosi di fatto con la prima crociata. La società norrena aveva i propri valori di riferimento, che non erano sempre gli stessi (anche se in piccola parte coincidevano) di quelli della cavalleria tradizionale. In primis non erano cristiani, e questo influiva molto su quella che era la “forma mentis” del norreno medio. Una diversa scala di valori, comporta anche un differente approccio ai problemi della vita quotidiana, e di questo abbiamo tenuto strettamente conto. Il pragmatismo è necessario se vivi in un ambiente fortemente ostile, e la Scandinavia era un ambiente decisamente ostile: sia per ciò che era l’ambiente naturale, sia per quella che era la società del tempo, estremamente frammentata in piccole realtà di fatto indipendenti, che riconoscevano un Re solo per necessità, ma allo stesso tempo non gli conferivano che una minima parte del potere (solo quella strettamente necessaria per poter regnare) ma al tempo stesso lo limitavano fortemente.

La stessa carica monarchica era elettiva e non dinastica: perfino quando vi furono i primi sovrani succeduti per linea di sangue, essi potevano regnare solo per concessione dell’Assemblea (il Thing) che si riuniva e votava quella che di fatto oggi chiameremmo una sorta di “fiducia” al nuovo sovrano. Basti pensare che in Danimarca alla morte di re Harald “Dente Azzurro”, non gli succedette immediatamente il figlio Sweyn “Barba Forcuta”, anzi, questi fu spedito per alcuni anni in esilio, poiché aveva ucciso il genitore durante un litigio, e venne chiamato a regnare il re di Svezia, Eirik “Il Vittorioso”. Fu solo dopo la morte di questi che l’assemblea richiamò in Patria il figlio di Harald, Sweyn, per conferirgli il rango di sovrano. A noi può sembrare strano, ma è molto rappresentativo di come il pragmatismo fosse un elemento dominante della mentalità norrena. Non era facile sopravvivere nella Scandinavia del tempo, ed era quindi fondamentale essere quanto più pragmatici possibile.

Il concetto di "destino" (wyrd) permea tutta l'opera. I tuoi personaggi si sentono padroni delle proprie scelte o pedine di un disegno superiore?

Beh, se parliamo di una saga in stile norreno, il destino è un elemento fondamentale. Ciò non di meno, i norreni (come ogni altro) non conoscevano il loro destino in anticipo, e dunque erano sempre portati a perseguire i loro scopi. Era solo a posteriori che valutavano se il fato fosse o meno loro favorevole. Erano comunque molto superstiziosi, e non c’era nessuno tra essi, che prima di tentare un’impresa di qualsiasi tipo che mettesse anche solo vagamente a rischio la propria vita, non interpellasse le Norne. Ciò avveniva attraverso figure semi-sacerdotali dotate della preveggenza, le quali erano però spesso non proprio chiarissime nel loro verdetto. In un certo modo, erano un pò come i nostri astrologi di oggi, che quando scrivono gli oroscopi restano nel generico, per fare in modo che a posteriori la previsione appaia sempre corretta. Anche questo aspetto è presente nella nostra storia, perché essendo parte della realtà quotidiana non potevamo certo trascurarlo, nella nostra ricerca del rigore storico.

Ed infatti abbiamo uno dei personaggi che è chiaramente una veggente. E’ però importante sottolineare che nella nostra storia abbiamo sia personaggi di fede tradizionale (non li definiamo “pagani” poiché è un termine espressamente offensivo, adottato dai cristiani per indicare chi manteneva la Fede precedente all’annunciazione del Vangelo: deriva da un termine latino, “pagos”, ossia il villaggio di campagna. In pratica era come dire che chi non si convertiva fosse un “burino”, un campagnolo bifolco ed ignorante) sia personaggi convertiti al Cristianesimo, ed infine abbiamo anche personaggi che tengono, come si sul dire, il piede in 2 staffe, e quindi, sì … Ufficialmente si sono convertiti, per convenienza personale (come GALTI, uno dei personaggi principali, che pure ostentando una ferma Fede in Cristo si mostra palesemente un ipocrita, nel privato, poiché ha adottato la nuova Fede solo per convenienza politica, ma in realtà è ancora intimamente legato alla Fede Tradizionale). Ora, il modo in cui viene percepito il Fato è in larga parte condizionato dalla reale Fede dei personaggi: chi è sinceramente convertito alla Nuova Fede, inevitabilmente, si affida alla Volontà di Dio, e non al Destino, e non interpella un veggente prima di intraprendere un’impresa, ma si raccoglie in preghiera rivolgendosi direttamente al Dio dei Cristiani. Anche su questa differenza concettuale dell’idea di Fato, tra cristiani e odinisti, abbiamo posto una grande attenzione, perché va a determinare in modo importante la loro scelta, il modo in cui essi di pongono rispetto alle situazioni in cui si trovano a doversi rapportare.

Come hai gestito il tema della violenza? Nel fumetto appare cruda ma mai gratuita, quasi come una necessità rituale o sociale.

La violenza l’abbiamo gestita come una parte dell’esistenza dei personaggi. Nella vita di un norreno medio, la violenza era parte della quotidianità, ma ciò non vuol dire, come molti credono, che questi fossero sempre e comunque violenti verso tutto e tutti, o che risolvessero le questioni solamente con la violenza. Anzi. Erano una società molto più complessa di quanto molti pensino. I guerrieri intesi come militari di professione, erano solo una minima parte rispetto l’insieme della società. Certo, poi tutti sapevano combattere, incluse le donne, perché poteva essere necessario difendere il villaggio o la fattoria (e molte fattorie erano di fatto piccoli villaggi) da una minaccia esterna, come poteva essere una scorreria da parte degli abitanti di un altro villaggio, o di un clan rivale. Ma non erano di certo solo quelle, le minacce … Non era raro che vi fossero anche attacchi da parte di animali, se a causa di un prolungato inverno, il cibo scarseggiava. Per quanto orsi e lupi si tenessero di norma a distanza dai villaggi e dalle fattorie, a volte attaccavano per mero istinto di sopravvivenza. Quello che però ci siamo sforzati di mostrare è anche la complessità della società norrena: oltre ai guerrieri e ai contadini, c’erano dei veri e propri giuristi, mercanti e poeti, ed erano tutti molto abili con le parole, perché ci vivevano con esse, e sviluppavano un’abilità oratoria ben al di sopra della media, se rapportati alle civiltà romanze dell’Europa meridionale.

E chiaramente non mancavano neppure gli artigiani, ed i sacerdoti … Il ricorso alla violenza avveniva solo quando era necessaria, proprio per via di quel pragmatismo di cui parlavamo all’inizio. Ad esempio, i duelli non erano quasi mai mortali, ma al “primo sangue”, perché erano pochi, sapevano di essere in pochi, ed anche un solo uomo in più poteva fare la differenza, pertanto, non si ammazzavano se non era strettamente necessario, e prima di arrivare al duello, tentavano anche altre strade per risolvere i contenziosi. Esistevano vere proprie “tabelle” per il risarcimento di danni fisici e materiali che sostituivano il duello, ed era quasi sempre così che si trovava un accordo per risolvere un litigio. L’editto di Rotari risale all’Italia del VII secolo, vero, ma i longobardi erano originari della Scandinavia meridionale, ed avevano molti usi, molte leggi, e molte tradizioni in comune coi norreni: tante di queste sono state riportate nel suddetto editto, e combaciano in larga parte dalle testimonianze riscontrate nelle saghe trascritte nell’Islanda del XII-XIII secolo. Dunque si, abbiamo mostrato scene di violenza, anche piuttosto crude, ma non sono mai fini a loro stesse, perché lo scopo non era di provocare paura o disgusto, ma di mostrare come funzionava la società norrena in merito alla guerra.

Nel rapporto tra i variaghi e le popolazioni locali, emerge spesso un senso di estraneità. Ti interessava esplorare il tema dello "straniero" in terra straniera?

Qua occorre un chiarimento: i variaghi non erano una popolazione a parte rispetto ai norreni, ma parte essi stessi della società norrena. Era una professione: un po' l’equivalente di ciò che era un vichingo in mare, il variago lo era sulla terra ferma. Erano dei guerrieri che invece che andare a razziare i villaggi lungo le coste, si prestavano a vari incarichi sulla terra ferma: mercenari, guardie del corpo, a volte pure sicari. Erano bruschi? … Certo, ma del resto come lo sono sempre stati dei militari rispetto a dei civili, per quanto sia anche vero che al tempo lo fossero di più rispetto ai giorni nostri. Erano violenti? … Se c’era la necessità di ricorrere alla forza bruta, vi ricorrevano con una certa facilità, anche perché al tempo nessuno si stupiva della cosa. Certo, non esistevano ancora i telefonini cellulari con le videocamere … Ma a differenza di oggi, anche se ci fossero state, non c’era tutto il buonismo ipocrita che c’è oggi. Se beccavano uno a compiere un crimine, e questo finiva morto ammazzato di botte, nessuno andava a piangere per i diritti del povero ladro. Così, se qualcuno li provocava, nessuno si stupiva se il provocatore finiva ammazzato. Sapevano fin dal principio come sarebbe andata a finire, e se ne facevano una ragione. Il senso di estraneità vero e proprio, nella storia, si percepisce per 4 personaggi: una è la figlia adottiva di GALTI, il signore dello Svinland, che di colpo non si riconosce più nella società in cui è nata e cresciuta, perché il suo patrigno ha imposto la conversione al Cristianesimo, e tale imposizione viene fatta valere anche con l’uso della violenza. Lei è una sacerdotessa dei Vanir (una delle due grandi Stirpi Divine della tradizione norrena) e si trova da un giorno all’altro da essere quasi venerata come una Vestale nella antica Roma, ad essere considerata come una folle o perfino una criminale anche da chi solo pochi giorni prima guardava a lei quasi come ad una santa.

Tale estraneità la porta a fare la sua scelta, ossia a fuggire dalla sua stessa famiglia e dal suo villaggio, per unirsi infine ai ribelli, ossia coloro che hanno deciso di contrapporre la foro Fede negli antichi Dei della tradizione alla volontà di imporre una Fede ed una tradizione completamente aliene alla loro cultura. Il secondo personaggio è BALIN, figlio del predecessore (ed un tempo Signore) di Galti. Questi si trova di colpo da essere l’erede designato alla successione a dover vivere come un bandito nella sua stessa terra natale, in costante fuga dagli uomini di colui che egli considera un traditore ed usurpatore dello scranno di suo padre, e che non può mai sapere con assoluta certezza, a parte del fratello minore (che lo accompagna) di chi potersi fidare o meno. Il terzo caso è BEORN, il figlio naturale di AGNAR, ossia il signore dell’Ulfland, che è sì norreno, ma anche per metà celta, essendo nato in Irlanda da un norreno ed una donna celta del luogo, e di conseguenza è al tempo stesso parte della società in cui si reca a vivere (come suo padre ha dovuto lasciare l’Irlanda) ma al tempo stesso la vive anche da straniero, avendo assimilato molti aspetti della cultura celta. Sia chiaro che quando parlo di celti, in questo contesto, non sto parlando dei celti dei tempi di Caio Giulio Cesare, ma della loro evoluzione in età alto-medievale. Per quanto fossero passati più di 1000 anni, tra Vercingetorige e Brian Boru, anche avendo modificato una parte significativa della loro cultura a seguito della conversione al cristianesimo avvenuta grazie a San Patrizio o San Colomba, etnicamente parlando essi erano ancora a tutti gli effetti celti. Quarto ed ultimo personaggio che vive una forma di isolamento, ma in questo caso volontario, è WALDO, il vescovo cattolico di origini sassoni (dalla Germania, non dalla Britannia) che sceglie di mantenere un costante distacco dai norreni, ed in modo particolare, da coloro che rifiutano la conversione. Mentre gli altri tre, col tempo, trovano un loro equilibrio e si costruiscono nuovi rapporti umani, trovando modo di reintegrarsi, il vescovo resta per tutto il tempo a sé, dimostrando il rifiuto per la diversità.

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