Il nuovo asse del Mediterraneo passa da Rabat: l'Italia non può perdere questa sfida
Comunicato Precedente
Comunicato Successivo
Ci sono momenti nella storia in cui la diplomazia smette di essere semplice protocollo e diventa il segnale di un cambiamento geopolitico. Il messaggio inviato dal Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump a Sua Maestà il Re Mohammed VI in occasione della Festa del Trono appartiene a questa categoria.
La riaffermazione del riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale e il sostegno al piano di autonomia proposto da Rabat non rappresentano soltanto una presa di posizione su una controversia internazionale. Sono soprattutto la conferma di una scelta strategica: gli Stati Uniti hanno individuato nel Marocco uno dei principali pilastri della propria politica nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Sahel.
Il passaggio forse più significativo del messaggio non riguarda però soltanto la politica estera. Washington guarda al Marocco come a un partner con cui costruire il futuro nei settori destinati a determinare i nuovi equilibri mondiali: energia, intelligenza artificiale, minerali critici, innovazione tecnologica, difesa e sviluppo industriale.
È una visione che dovrebbe far riflettere anche l'Europa e, soprattutto, l'Italia.
Per troppo tempo il Mediterraneo è stato osservato attraverso categorie ormai superate, spesso condizionate da logiche ideologiche ereditate dalla Guerra Fredda. Oggi il mondo è cambiato. La competizione globale non si gioca più soltanto sulle alleanze militari, ma sulla capacità di costruire filiere produttive, garantire sicurezza energetica, sviluppare tecnologie avanzate e assicurare stabilità politica.
Ed è proprio su quest'ultimo punto che il Marocco emerge come un caso unico.
Mentre vaste aree del Nord Africa e del Sahel continuano a essere attraversate da colpi di Stato, terrorismo jihadista, guerre civili e instabilità istituzionale, il Regno marocchino ha costruito negli anni un modello di continuità politica, crescita economica e affidabilità internazionale. Rabat è oggi un interlocutore credibile per l'Europa, per gli Stati Uniti e per il mondo arabo, svolgendo un ruolo essenziale nella cooperazione antiterrorismo, nella sicurezza del Mediterraneo e nel contrasto ai traffici illeciti.
Non è un caso che anche il Governo italiano abbia progressivamente rafforzato il dialogo con il Marocco, scegliendo una linea fondata sul pragmatismo piuttosto che su schemi geopolitici ormai superati. La politica estera si misura con la realtà, non con la nostalgia delle vecchie contrapposizioni ideologiche. E la realtà dice che la sicurezza dell'Italia passa inevitabilmente attraverso la stabilità della sponda sud del Mediterraneo.
In questo contesto il Marocco non è semplicemente un vicino di casa. È il partner più stabile dell'intera regione.
Washington sembra averlo compreso con grande chiarezza. Roma farebbe bene a consolidare ulteriormente questa direzione.
Esiste infatti una straordinaria opportunità che pochi sembrano cogliere fino in fondo: costruire un vero triangolo strategico tra Stati Uniti, Italia e Marocco.
Le tre nazioni possiedono caratteristiche complementari. Gli Stati Uniti rappresentano il motore dell'innovazione tecnologica e della ricerca. L'Italia dispone di uno dei sistemi manifatturieri più avanzati d'Europa e di una posizione geografica centrale nel Mediterraneo. Il Marocco è ormai la piattaforma economica più dinamica del continente africano e la porta naturale verso i mercati dell'Africa occidentale.
Mettere in rete queste tre realtà significa creare nuove opportunità negli investimenti, nelle infrastrutture, nell'energia, nella logistica, nella cantieristica, nell'intelligenza artificiale e nella valorizzazione delle materie prime strategiche.
Non bisogna poi dimenticare un elemento storico che assume oggi un valore simbolico straordinario.
Il Marocco fu il primo Paese al mondo a riconoscere l'indipendenza degli Stati Uniti nel 1777, inaugurando una delle relazioni diplomatiche più antiche della storia americana. Un rapporto che vide anche il contributo di un italiano, il diplomatico genovese Francesco Chiappe, protagonista dei rapporti consolari tra Washington e il Regno marocchino. Un dettaglio storico che dimostra come Italia, Stati Uniti e Marocco abbiano condiviso, sin dalle origini, una trama di relazioni ben più profonda di quanto comunemente si immagini.
Ma il legame tra Italia e Marocco non appartiene soltanto alla storia.
Appartiene soprattutto al presente.
Migliaia di cittadini italiani di origine marocchina partecipano ormai pienamente alla vita democratica del nostro Paese. Molti sono stati eletti nei consigli comunali, amministrano città, rappresentano le istituzioni e costituiscono una nuova classe dirigente capace di parlare contemporaneamente il linguaggio dell'Italia e quello del Marocco.
Questa nuova generazione è uno dei più efficaci strumenti di diplomazia che i due Paesi possiedano. È il volto concreto di un'integrazione riuscita e di una cooperazione che non nasce esclusivamente nei palazzi della politica, ma cresce nella società civile, nelle università, nelle imprese e nelle amministrazioni locali.
In un mondo attraversato da guerre, instabilità e competizione economica, costruire alleanze con partner affidabili non è una scelta facoltativa: è una necessità strategica.
L'Italia ha davanti a sé un'opportunità che difficilmente si ripresenterà con la stessa forza. Consolidare il rapporto con il Marocco, rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti e promuovere una nuova architettura mediterranea fondata su sicurezza, sviluppo e innovazione significa investire sul proprio futuro.
Il XXI secolo si giocherà sempre di più nel Mediterraneo allargato. Chi saprà comprenderlo oggi sarà protagonista domani.
L'asse Washington-Rabat è già una realtà. L'Italia ha tutte le carte in regola per diventarne il terzo pilastro. La domanda è una sola: avrà il coraggio politico e la visione strategica per cogliere questa occasione?
Gerardo Cremona
Ufficio Stampa
Analista indipendente (Leggi tutti i comunicati)
MILANO Italia
