Comunicato stampa aree interne, Faggioli: "prima di riabitare le care dobbiamo riabitare il pensiero"
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Le aree interne italiane non soffrono soltanto per la diminuzione degli abitanti, la carenza dei servizi e l’allontanamento dei giovani. Esiste uno spopolamento meno evidente, ma altrettanto pericoloso: la perdita della capacità di interpretare i cambiamenti, assumere decisioni strategiche e costruire una visione condivisa del futuro.

Al centro dell’analisi di Cerrato vi è il concetto di capitale decisionale: la capacità delle istituzioni e delle comunità di comprendere ciò che sta accadendo, scegliere una direzione, coinvolgere competenze diverse, assumere decisioni coerenti e verificarne concretamente gli effetti.
«È una riflessione che condivido profondamente – dichiara Faggioli – perché troppe volte continuiamo a confondere un finanziamento ottenuto con un progetto di sviluppo, un calendario di eventi con una strategia turistica e un video emozionale con la costruzione di una destinazione».
Le aree interne italiane possiedono castelli, borghi, paesaggi, produzioni agroalimentari, tradizioni, sentieri e un patrimonio culturale diffuso. Tuttavia, la presenza di queste risorse non è sufficiente a generare automaticamente economia, occupazione e nuova residenzialità.
«Il territorio non è semplicemente uno sfondo da promuovere – prosegue Faggioli – ma il prodotto da organizzare, collegare, rendere accessibile e trasformare in un’esperienza riconoscibile. Prima della comunicazione vengono la governance, la formazione, i servizi e la capacità di mantenere la promessa fatta al visitatore e alla comunità».
Restaurare un edificio, recuperare una piazza, digitalizzare un museo o realizzare un cammino rappresentano interventi importanti. Senza un modello gestionale, una rete di operatori, un mercato di riferimento e una programmazione di lungo periodo, però, queste opere rischiano di diventare contenitori restaurati ma privi di una funzione economica e sociale duratura.
Secondo Faggioli, la rigenerazione delle aree interne deve partire da un metodo fondato su alcuni elementi essenziali: ascolto della comunità, coinvolgimento delle imprese, formazione dei giovani, collaborazione tra pubblico e privato, integrazione delle competenze professionali e misurazione dei risultati raggiunti.
«La politica deve indicare la direzione e assumersi la responsabilità delle scelte. Per costruire il percorso, però, deve saper coinvolgere le competenze necessarie. Riconoscere ciò che non si conosce non rappresenta una debolezza amministrativa, ma una dimostrazione di responsabilità e lungimiranza».
Anche il ruolo dei professionisti deve cambiare. Chi entra in un territorio non dovrebbe portare soluzioni già confezionate, replicando lo stesso modello in luoghi profondamente diversi. Il primo compito deve essere comprendere l’identità locale, ascoltare amministratori, cittadini e imprese, leggere le relazioni esistenti e individuare potenzialità ancora inespresse.
In questa prospettiva, anche concetti come restanza e tornanza devono essere tradotti in opportunità concrete. Invitare i giovani a rimanere o a tornare non basta se non si costruiscono lavoro, servizi, formazione, mobilità, spazi di partecipazione e condizioni adeguate per realizzare un progetto di vita.
«Le aree interne non sono territori senza futuro. Al contrario, possiedono identità, relazioni e qualità della vita che possono diventare estremamente contemporanee. Ma dobbiamo passare dagli interventi episodici a una strategia stabile, capace di generare economia e benessere per chi vive stabilmente nei territori».
Gli italodiscendenti: un ponte per una nuova economia territoriale
Un’opportunità strategica per i borghi e le aree interne può nascere dal collegamento con le grandi comunità di italiani e italodiscendenti presenti nel mondo.
Come Presidente della Commissione Turismo CIM, Faggioli sottolinea la necessità di costruire una rete stabile tra questi cittadini, i loro territori di origine, i Comuni e le imprese locali. Non si tratta soltanto di promuovere una vacanza, ma di trasformare il legame identitario con l’Italia in un rapporto duraturo fatto di ritorni, relazioni, scambi culturali e opportunità economiche.
Gli italodiscendenti cercano spesso esperienze autentiche: desiderano conoscere il paese dal quale partirono i propri genitori, nonni o bisnonni, ricostruire la storia familiare, incontrare la comunità locale, assaporare i prodotti della tradizione e vivere, anche per alcuni giorni, lo stile di vita italiano.
Per accogliere questa domanda non basta una promozione generica. Occorre costruire un’offerta organizzata che metta in rete amministrazioni, strutture ricettive, ristoratori, agricoltori, artigiani, guide, genealogisti, associazioni e cittadini.
«Gli italodiscendenti non devono essere considerati semplicemente turisti – spiega Faggioli – ma persone che custodiscono un rapporto affettivo e identitario con l’Italia. Se accolti con attenzione, possono diventare ambasciatori dei nostri territori nel mondo, promuovere le produzioni locali, generare nuovi flussi durante tutto l’anno e aprire relazioni culturali, professionali e imprenditoriali».
Il turismo delle radici può favorire soggiorni più lunghi, una maggiore distribuzione della spesa sul territorio e la scoperta di località oggi escluse dai principali circuiti turistici. Può inoltre generare ritorni successivi, acquisti di abitazioni, investimenti, collaborazioni tra imprese e nuove occasioni per il commercio dei prodotti italiani all’estero.
In questo scenario, la Commissione Turismo CIM può contribuire a collegare la domanda presente nelle comunità italiane nel mondo con un’offerta selezionata e qualificata nei territori, offrendo accompagnamento e assistenza durante tutte le fasi del viaggio.
«Il turismo delle radici può diventare una politica concreta di sviluppo delle aree interne – aggiunge Faggioli – purché venga costruito come un progetto territoriale e non come una semplice campagna promozionale. Ogni comunità deve essere preparata ad accogliere, raccontarsi e trasformare il ritorno alle origini in un’esperienza umana autentica».
Il collegamento con gli italiani nel mondo può così contribuire a destagionalizzare i flussi, sostenere le piccole attività, rafforzare il Made in Italy e restituire centralità a borghi che possiedono un grande patrimonio identitario, ma che spesso non dispongono ancora degli strumenti necessari per trasformarlo in economia.
Riabitare il pensiero per costruire il futuro
La vera rigenerazione non consiste soltanto nel riportare persone all’interno delle case vuote, ma nel riportare competenze nei processi decisionali, confronto nelle amministrazioni, protagonismo nelle comunità e visione nella programmazione.
«Ringrazio per aver aperto una riflessione così necessaria – conclude Faggioli –. Prima ancora di riabitare gli immobili dobbiamo riabitare il pensiero. Perché un piccolo paese con una comunità capace di progettare può ancora costruire il proprio futuro, mentre un territorio che ha smesso di interrogarsi rischia di essere già vuoto, anche quando è ancora abitato».
Per le aree interne, il futuro può dunque nascere dall’incontro tra comunità locali capaci di progettare e italiani nel mondo desiderosi di riscoprire le proprie origini. Un rapporto che, se organizzato con competenza e visione, può trasformare la memoria in un nuovo motore di sviluppo economico, sociale e culturale.
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