Il Manuale Universale di Scrittura Creativa di Dino Lacanfora e i suoi nuovi corsi

Intervista con Dino Lacanfora, vincitore del Premio Mediterraneo per la Letteratura 2025. di Gian Enrico Palazzuolo
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Si può cominciare un'intervista dal centro? Voglio dire, perché sempre questo obbligo di presentazioni, di contestualizzazioni, di dire chi è seduto dove e che ore sono? Dino Lacanfora fuma (o forse sono io che fumo, le interviste hanno questo di pericoloso: non sai mai bene chi sta intervistando chi) e già questa è informazione sufficiente. Un uomo che fuma mentre parla di scrittura è un uomo che capisce che scrivere e respirare sono gesti intercambiabili, salvo che scrivere dura di più e respirare è più necessario, ma anche questo è discutibile.

Il signor Lacanfora ha vinto il Premio Mediterraneo per la letteratura 2025, una onorificenza prestigiosa guadagnata con grande merito grazie alla preziosità della sua arte multidirezionale.

"Dino Lacanfora, lei scrive realismo magico, saggistica, narrativa per bambini, ragazzi, adulti e anziani. È un po' come saltare da un treno all'altro mentre sono in movimento, no?"

"Ah, i treni," dice, e io già so che la conversazione prenderà strade impreviste. "Vede, il problema non è saltare da un treno all'altro. Il problema è credere che esistano treni diversi. Io sono sempre sullo stesso treno, solo che a volte guardo dal finestrino di destra e vedo draghi, altre volte guardo da quello di sinistra e vedo statistiche. Ma il treno è lo stesso, capisce?"

Non capisco, ma annuisco. Nelle interviste bisogna annuire anche quando non si capisce, altrimenti l'intervistato si spaventa e dice cose sensate.

"È uscito il suo *Manuale Universale di Scrittura Creativa*. Universale è una parola grossa. È come dire: ecco, questo vale per tutti, sempre. Non le sembra un po' prepotente?"

Spegne la sigaretta nel vuoto (c'è un posacenere da qualche parte ma non è importante).

"Universale nel senso di multiverso, chiaro. Non un manuale, quattro. O forse quaranta, o quattrocento, dipende da quanti lettori lo leggeranno. Lei ha mai pensato che ogni libro diventa un libro diverso in mano a ogni lettore? Io ho scritto quattro sezioni – bambini, ragazzi, anziani, figli non nati – ma in realtà ho scritto un caleidoscopio. Lo giri e vedi figure diverse. Un bambino che legge la sezione per anziani impara cose che un anziano non imparerà mai, e viceversa. È un gioco di specchi temporali, se vuole."

Voglio eccome. Anzi, comincio a volerlo troppo, e questo nelle interviste è pericoloso: rischi di diventare complice invece che cronista.

"La sezione sui figli non ancora nati è inquietante. È come scrivere lettere al vuoto, all'assenza."

"O alla presenza assoluta," mi interrompe. "Guardi, tutti i figli non ancora nati esistono già, esistono come possibilità, come tensione. Lei ha mai sentito il peso di chi non c'è ancora? È molto più pesante di chi c'è. Chi c'è ha già risolto il problema di esistere. Chi non c'è ancora porta con sé tutte le vite possibili, tutti i futuri non scelti. Scrivere per loro è scrivere per il futuro anteriore: sarò stato tuo padre, sarò stata tua madre, avrò scritto questo per te che forse non esisterai mai."

(Parentesi necessaria: a questo punto dell'intervista mi accorgo che sto prendendo appunti su un tovagliolo perché ho dimenticato il taccuino. Lacanfora ride. "Perfetto," dice, "il miglior testo si scrive sempre sul supporto sbagliato." Fine della parentesi.)

Lei sostiene che la scrittura non ha età. Ma un bambino di sei anni e un uomo di ottanta non abitano lo stesso tempo, non vivono la stessa lingua."

"Esatto! Non la vivono. E allora? La letteratura non è mica democrazia, dove tutti devono stare alle stesse regole. La letteratura è anarchia temporale. Il bambino ha un'ora che dura tre giorni, l'anziano ha tre giorni che durano un'ora. Io non insegno a scrivere nello stesso tempo, insegno a scrivere nei tempi sovrapposti, nella zona dove le età si toccano. Sa cosa scopri quando scrivi? Che sei sempre tutte le tue età contemporaneamente. Sei il bambino che non capiva e l'anziano che ha capito troppo, e sono tutti lì, seduti intorno allo stesso tavolo, litigando."

"Tiene corsi online e in presenza. La videochiamata non le sembra una mediazione fredda, artificiale?"

Si accende un'altra sigaretta (forse la stessa di prima, il tempo nelle interviste è elastico).

"Fredda? Artificiale? E cos'è caldo e naturale, scusi? Trovarsi in un'aula perché l'università ha deciso che quello è il giorno e l'ora giusta? Almeno online c'è onestà: sappiamo tutti che è una finzione, che siamo fantasmi che si parlano attraverso uno schermo. E i fantasmi, le dirò, sono molto più sinceri delle persone in carne e ossa. Lo schermo toglie l'imbarazzo del corpo, resta solo la voce e le parole. È quasi mistico, se ci pensa. Quasi pornografico, anche. Pura relazione verbale senza mediazione fisica."

"Cosa dirà ai suoi studenti quando inizieranno i corsi?"

"Niente."

"Niente?"

"Niente. Li guarderò. Poi gli chiederò di scrivere una frase che non ha senso. Una sola frase assurda, impossibile. E da lì partiremo. Perché la prima cosa che devi capire quando scrivi è che il senso è una trappola. Il senso viene dopo, si deposita come sedimento. Prima ci deve essere il salto, il vuoto, la vertigine. Se cominci dal senso sei già morto come scrittore, sei un burocrate dell'ovvio."

(Vorrei chiedergli altro ma il signorn Lacanfora si è alzato ed è andato alla finestra. O forse non si è alzato affatto e io sto immaginando la scena per rendere l'intervista più dinamica. Nelle interviste è permesso mentire un po', purché si dica la verità.)

"Una domanda che non volevo fare ma che devo fare: perché scrivere oggi, con tutto quello che è già stato scritto?"

Si volta (oppure no, non importa).

"Perché tutto quello che è stato scritto aspetta di essere riscritto. Ogni libro è provvisorio, capisce? Aspetta che arrivi un lettore nuovo, uno scrittore nuovo, e lo riscriva da zero. Io scrivo perché Cervantes ha lasciato lavoro incompiuto, perché Borges ha fatto domande senza risposta, perché esistono ancora bambini che non hanno letto niente e anziani che hanno dimenticato tutto. Scrivo per riempire il vuoto tra una parola e l'altra. E quel vuoto, le assicuro, è infinito."

Finisce così questa intervista che forse non è mai iniziata. Dino Lacanfora saluta con un gesto della mano che potrebbe significare arrivederci o potrebbe significare buona fortuna o potrebbe non significare niente. Io esco con il tovagliolo pieno di appunti che forse non riuscirò a decifrare.

Ma questo, in fondo, è il destino di tutte le interviste: essere un testo che si scrive da solo, usando l'intervistato e l'intervistatore come scuse.

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  1. *Il Manuale Universale di Scrittura Creativa di Dino Lacanfora è disponibile. I corsi iniziano a breve, ma il tempo, come sapete, è relativo.*

Ufficio Stampa

Gian Enrico Palazzuolo
 Cultura Oggi (Leggi tutti i comunicati)

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