Politica e Istituzioni
“Basta buonismo” e il paradosso del cattivismo: quando l’etichetta di “terrorismo” diventa un’arma politica
Negli ultimi anni è diventato sempre più frequente sentire slogan come “basta buonismo”. Una formula semplice, apparentemente innocua, che nasconde invece una profonda pericolosità: rifiutare il “buonismo” significa rifiutare la compassione, l’inclusione, il dialogo, e spalancare la porta al suo contrario, cioè al cattivismo. Un atteggiamento che si fonda sulla brutalità, sull’odio e sulla costruzione di nemici interni ed esterni.
Il grande filosofo spagnolo Miguel de Unamuno, nel celebre discorso del 12 ottobre 1936 a Salamanca, seppe leggere il senso ultimo di questo rovesciamento. Di fronte al grido dei falangisti e del generale Millán Astray, “¡Viva la muerte!”, Unamuno rispose denunciando la follia di un paradosso che sostituiva la ragione con la forza e la vita con la morte. La sua frase più celebre, “Vincerete, ma non convincerete”, suona ancora oggi come un monito: la violenza può imporre il silenzio, ma non potrà mai generare consenso autentico.
Dal franchismo al nuovo nazionalismo
Il franchismo si nutrì di quella logica di “cattivismo”: negare la pietà, bollare come debolezza la compassione, esaltare la forza come unica virtù politica. Persino il generale Miguel Cabanellas, uno dei protagonisti del golpe, mise in guardia i suoi colleghi ribelli dalla scelta di nominare Franco capo supremo: “Se gli date la Spagna, crederà che sia sua e non permetterà a nessuno di sostituirlo fino alla sua morte.” Una profezia che si rivelò vera, perché l’autoritarismo ha sempre bisogno di concentrare il potere e soffocare la pluralità.
Oggi assistiamo in diverse parti d’Europa — dalla Spagna all’Italia, dalla Francia ad altri contesti — alla rinascita di un nazionalismo che non è patriottismo, ma caricatura autoritaria della patria. Sotto la bandiera del “basta buonismo” si costruisce una retorica che divide la società in forti e deboli, in “noi” e “loro”, aprendo la strada a un clima culturale che legittima odio e repressione.
L’etichetta di “terrorismo” come strumento di delegittimazione
In questo contesto, un aspetto particolarmente pericoloso è la tendenza a etichettare come “terroristi” i gruppi riconducibili all’area Antifa. È bene essere chiari: non condivido le loro modalità né le loro idee politiche. Trovo spesso che il ricorso alla violenza e alla contrapposizione frontale non faccia che alimentare il clima di scontro che vorrebbero combattere. Tuttavia, la questione non riguarda l’accordo o il disaccordo con le loro posizioni: riguarda il principio stesso di democrazia.
Definire “terroristi” movimenti di protesta politica, per quanto radicali o discutibili, significa aprire una deriva pericolosissima. Il termine “terrorismo” non è neutro: porta con sé conseguenze giuridiche, politiche e morali enormi. Chi è dichiarato terrorista viene automaticamente posto fuori dalla legalità, sottoposto a restrizioni eccezionali, stigmatizzato come nemico pubblico. È una categoria che dovrebbe essere usata con estrema cautela, perché riguarda fenomeni di violenza sistematica e organizzata volti a destabilizzare le istituzioni democratiche.
Il precedente italiano: BR e NAR
L’Italia del Novecento ci offre un esempio chiarissimo di come gestire, pur nel sangue e nella paura, la questione del terrorismo. Le Brigate Rosse e i Nuclei Armati Rivoluzionari non furono dichiarati “terroristi” ex lege in senso immediato e sommario. Non fu un decreto governativo a stabilirlo d’autorità, bensì il risultato di un processo politico e giudiziario complesso, in cui la coscienza democratica dei partiti — dal PCI alla DC, passando per il PSI e altre forze — riconobbe la minaccia reale che quei gruppi rappresentavano.
Fu solo attraverso il dibattito parlamentare, le indagini giudiziarie, le prove raccolte e i processi che le BR e i NAR furono qualificati come organizzazioni terroristiche. Questo significa che la democrazia italiana, pur sotto attacco, non rinunciò a se stessa: non scivolò nella scorciatoia di bollare come terrorista ogni opposizione radicale, ma distinse tra conflitto politico (anche acceso) e terrorismo vero e proprio.
Se oggi si comincia a usare il termine “terrorismo” per gruppi come Antifa, senza un processo di verifica rigorosa, senza un riconoscimento condiviso dalle istituzioni democratiche, rischiamo di trasformare una categoria giuridica straordinaria in un’arma politica ordinaria.
Il pericolo del rovesciamento semantico
Dire “basta buonismo” e bollare come “terroristi” i movimenti di protesta non significa rafforzare la democrazia, ma indebolirla. È lo stesso meccanismo che portò il franchismo a esaltare la morte come valore supremo: un paradosso che ribalta il senso delle parole per giustificare la repressione.
Oggi non ci troviamo davanti a un franchismo in senso stretto, ma la logica è simile: si costruisce un linguaggio che trasforma l’avversario in nemico assoluto, la solidarietà in colpa, la dissidenza in terrorismo. In questo modo, non serve più convincere: basta vincere con la forza, con la delegittimazione, con la paura.
Eppure, la storia ci insegna che le società crescono solo attraverso la persuasione, il dialogo, la ragione. Etichettare come “terrorismo” tutto ciò che sfugge al consenso dominante non produce sicurezza: produce mutilazione della democrazia.
Conclusione: vinceranno, ma non convinceranno
Come disse Unamuno, “vincerete, ma non convincerete”. È il rischio che corriamo ogni volta che ci lasciamo sedurre dalla scorciatoia del cattivismo e dalla semplificazione brutale. Oggi, il vero pericolo non sta soltanto nei gruppi radicali, ma nella tendenza a rispondere con categorie sproporzionate, trasformando la lotta politica in guerra totale.
Ribadisco: non condivido né i metodi né le idee degli Antifa. Ma proprio per questo credo che etichettarli come “terroristi” sia un errore gravissimo. La democrazia non si difende con la repressione preventiva o con l’abuso delle parole, ma con la capacità di distinguere, di ragionare, di mantenere viva la differenza tra conflitto politico e terrorismo reale.
Solo così potremo evitare che il grido “basta buonismo” diventi, come un tempo “viva la morte”, il preludio a una nuova mutilazione della nostra società.
Marco Baratto