Il Monarca del Vento: il sovrano dell’illusione in versione funky

Maurizio Ferrandini fonde danza, rugby e groove elettrico in un ritratto satirico e teatrale della vanità contemporanea.
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Con Il Monarca del Vento, Maurizio Ferrandini prosegue il suo viaggio nell’opera rock in tre atti Quello che non c’è, introducendo un personaggio tanto teatrale quanto inquietante: il Monarca stesso, sovrano dell’illusione e specchio deformato di una società ossessionata dall’apparenza.

Il testo si fonda su un impianto originale e suggestivo: Ferrandini intreccia termini della danza classica francese (pas de bourrée, glissade, chassé, grand jeté) con espressioni proprie del rugby (touche, mischia, placcaggio, meta). Questo gioco linguistico non è mai casuale: mette in evidenza il tentativo goffo del Monarca di apparire elegante e raffinato, mentre la sua vera natura resta quella di un aggressore competitivo e prepotente. La danza, simbolo di grazia, convive qui con lo scontro fisico del campo da gioco, generando un cortocircuito che rivela la sua falsa nobiltà, un concetto che richiama, con ironia, le riflessioni di Baudelaire sulle maschere della società.

Sul piano culturale, il Monarca del Vento si inserisce nella tradizione del trickster, il buffone imbonitore che dall’arte barocca a Fellini, fino ad arrivare a Kafka, incarna la seduzione dell’inganno e l’ambiguità del potere. La sua “sala da tè”, popolata da api su un cabaret, evoca una scena surreale, quasi pittorica, che ricorda la sospensione metafisica di De Chirico, dove tutto è fragile e illusorio, come “bolle di sapone”.

Il brano assume i contorni di una parabola contemporanea: il Monarca, re del nulla, taglia il vetro dell’illusione con un “falso diamante”, immagine che rimanda alle vanità del consumismo e alle maschere digitali dei nostri tempi, dove spesso conta più apparire che essere. Nella sua partita a poker, “si lecca già le dita”, manifestando una voracità predatoria pronta a svuotare le tasche altrui e alimentare il proprio dominio sul vuoto.

La nuova versione funky amplifica ulteriormente il fascino del ritornello, rendendolo irresistibile e trascinante. L’arrangiamento, scandito da un groove incisivo e da un basso pulsante, viene arricchito dalla Telecaster, protagonista sulla ritmica con un timbro brillante e incisivo, e dai suoni vintage del mitico Korg MS-20, che conferiscono al brano una tessitura sonora ruvida e magnetica, coerente con la teatralità del Monarca. Nel videoclip, la Telecaster appare tra le mani dello stesso personaggio in alcuni fotogrammi, rafforzando l’ambiguità tra seduzione estetica e goffa ostentazione.

Musicalmente, l’alternanza tra eleganza e rudezza del testo trova una perfetta traduzione sonora: il funk trascina l’ascoltatore nel ritmo, mentre Telecaster e MS-20 diventano strumenti simbolo di questa veste più elettrica e visionaria.

Il Monarca del Vento non è solo un ritratto satirico: è uno specchio. La sua figura interroga, affascina e inquieta, perché, come nelle migliori allegorie – da Esopo a Rabelais – dietro di lui riconosciamo frammenti della nostra società e, talvolta, di noi stessi.

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