Federatore cercasi
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Se la rivoluzione dei fenicotteri ha avuto un merito, è stato quello di dimostrare che la Diaspora albanese in Liguria è viva. Viva nelle sue associazioni, nei suoi professionisti, nei suoi giovani, nei suoi rappresentanti e nei tanti cittadini che hanno deciso di non restare indifferenti di fronte a una questione percepita come cruciale per il futuro dell'Albania.
Sarebbe però un errore non riconoscere che questa forza nasce proprio dalla sua pluralità. Le diverse anime che oggi animano la mobilitazione rappresentano sensibilità differenti, percorsi diversi, storie personali e associative che si sono sviluppate nel tempo in modo autonomo. È una ricchezza che non deve essere cancellata, né tantomeno omologata.
La democrazia, del resto, vive di differenze. E il futuro dell'Albania, se vuole essere autenticamente europeo e democratico, non potrà che fondarsi sulla valorizzazione del pluralismo, sul confronto tra idee e sulla libera espressione delle diverse sensibilità che compongono la società.
Ma ogni stagione ha le sue priorità.
Oggi non è il momento di enfatizzare ciò che divide. Non è il momento di stabilire chi sia arrivato prima, chi abbia avuto l'intuizione migliore o chi possa rivendicare la paternità di una mobilitazione che, proprio perché autentica, appartiene a tutti.
Oggi è il momento della maturità.
Perché il messaggio che la Diaspora intende rivolgere a Tirana sarà tanto più forte quanto più saprà presentarsi con una voce chiara e riconoscibile. Le differenze possono attendere. Le identità possono convivere. Le sensibilità possono continuare a esprimersi. Ma il messaggio deve essere uno.
È per questo che la stagione che si apre richiede una figura nuova: un federatore. Qualcuno capace di traghettare la piazza fino al raggiungimento del risultato, tenendo unite le sue diverse anime e accompagnandole verso un obiettivo comune senza disperderne energie, entusiasmo e consenso. Non una figura chiamata a cancellare le differenze, ma a custodirle e coordinarle nella consapevolezza che, in questa fase, ciò che conta non è la prevalenza di una sensibilità sulle altre, bensì la forza del messaggio collettivo.
Del resto, le personalità non mancano.
C'è Alba Lala di Arbnexus: una donna che se avesse braccia abbastanza grandi abbraccerebbe con il suo grande cuore l'Albania intera. Una presenza capace di trasformare la partecipazione in coinvolgimento e di ricordare a tutti che dietro ogni battaglia civile vi sono anzitutto persone e storie.
C'è Amarilda Saliu di Jonus: vestale delle più antiche tradizioni albanesi e la cui leggiadria ed il raffinato amore per l'arte e la danza si accompagnano ad una forza ed a una determinazione senza pari.
C'è l'avvocato Paolo Amerigo Marulli di San Cesario Carniglia: innamorato pazzo dell'Albania ed amico storico della Diaspora ligure nonché ultima spiaggia dei casi più disparati e disperati. Di lui si dice che, se vi presenterete nel suo studio con un barattolo di pomodori albanesi sottaceto vi difenderà anche se avete ferito Garibaldi ad una gamba.
C'è Afrim Zyka di Egnatia, ma per tutti a Genova, semplicemente "zio". Decano della Diaspora genovese - essendo stato uno dei primi a mettere radici in città proprio nel mitico 1992 – diventato per i tanti che giungevano in Liguria, avendo come unico riferimento l’indirizzo dello “zio” Afrim, un amico sincero a cui ancora oggi li lega una affettuosa gratitudine.
Ci sono Aleko Xhindi con suo figlio Klodian di Egnatia per Chiavari: discendenti di una dinastia di uomini che hanno servito le istituzioni e che fanno sentire forte la voce della numerosa e laboriosa comunità albanese del Tigullio.
E c'è Alban Daci, grande oratore che del rigore morale e della coerenza politica ha fatto una cifra personale e pubblica. Una figura il cui standing e la cui autorevolezza lo collocano naturalmente tra quelle personalità che, nella prossima auspicata stagione di rinnovamento, potrebbero essere chiamate ad assumere responsabilità di governo.
E tanti altri che in questi giorni hanno dimostrato inaspettate doti tipiche della classe dirigente di un paese democratico e moderno.
Sono storie diverse. Percorsi differenti. Temperamenti talvolta persino opposti. Ed è proprio questa pluralità ad aver reso possibile la rivoluzione dei fenicotteri.
Oggi, però, la sfida non è più dimostrare che esistono molte voci. La sfida è farle suonare come un'orchestra.
Perché le differenze rappresentano una ricchezza da custodire e valorizzare. Ma il momento richiede una cosa ulteriore: la capacità di trasformare tante sensibilità in un unico messaggio. Un messaggio chiaro, maturo e inequivocabile da rivolgere a Tirana.

Ed è forse da qui che nasce la domanda che molti iniziano a porsi: la Diaspora ligure avrà la maturità e la lungimiranza di restare unita?
Perché vi è una domanda ancora più importante.
A chi conviene una piazza divisa?
Non certo alla laguna di Narta. Non certo ai fenicotteri. Non certo alla causa che quella piazza intende difendere.
Una Diaspora frammentata finisce inevitabilmente per apparire più debole di quanto sia realmente. E ogni divisione offre a chi osserva dall'esterno l'occasione per minimizzarne il peso, ridimensionarne il consenso o relativizzarne il messaggio.
Fa comodo a chiunque desideri sostenere che non esista una posizione largamente condivisa. Fa comodo a chiunque preferisca discutere dei promotori anziché delle ragioni della protesta. Fa comodo a chiunque voglia trasformare una richiesta collettiva in una somma di interessi particolari.
Perché una piazza unita costringe a confrontarsi con il merito delle questioni. Una piazza divisa, invece, offre sempre la possibilità di evitare il confronto esasperando le sue differenze interne fomentandole maliziosamente.
Ed è per questo che l'unità, oggi, non rappresenta un esercizio di conformismo, ma una scelta di maturità politica.
E sarebbe ingenuo pensare che tutto questo passi inosservato a Tirana.
L'Albania osserva. Osserva il governo, osserva l'opposizione, osservano coloro che oggi esercitano responsabilità pubbliche e coloro che aspirano a esercitarle domani. Tutti comprendono che la Diaspora non è più soltanto una comunità affettivamente legata alla madrepatria. È una realtà organizzata, economicamente rilevante, culturalmente influente e sempre più consapevole del proprio ruolo.
Per questa ragione la qualità del messaggio che saprà esprimere in questa fase sarà determinante.
Non è un caso che molte delle figure emergenti della politica albanese abbiano posto l'accento sulla necessità di un rapporto nuovo con la Diaspora, riconoscendole un ruolo sempre più centrale nella vita democratica del Paese. Un riconoscimento che comporta però anche una responsabilità: quella di dimostrare coesione, saggezza e capacità di rappresentare un interesse collettivo.
La fase più delicata delle grandi battaglie civili è il momento in cui la causa inizia ad avere successo. Ed è proprio allora che compare la più insidiosa delle tentazioni: quella di discutere dei protagonisti invece che dell'obiettivo.
La vanità, in fondo, è il tributo che ogni causa paga al proprio successo.
Finché una battaglia è difficile, tutti marciano nella stessa direzione. Quando invece la battaglia comincia a essere ascoltata, inevitabilmente emerge la domanda più antica del mondo: chi ne avrà il merito? È una domanda comprensibile, ma la cui risposta dobbiamo lasciare agli storici fra cento anni.
Perché i fenicotteri non sanno chi ha organizzato il corteo. La laguna non distingue tra associazioni, sigle o leadership. E il futuro dell'Albania non dipenderà da chi riuscirà a intestarsi una protesta, ma da chi saprà trasformarla in un risultato.
La storia delle comunità insegna che le grandi battaglie non vengono vinte quando una parte prevale sulle altre, ma quando tutti comprendono che esiste un obiettivo superiore rispetto alle legittime ambizioni individuali.
Il vero federatore non sarà colui che riuscirà a guidare la piazza. Sarà colui che saprà rinunciare a possederla.
Ufficio Stampa
dr. Agron Veizaj
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