Caterina Cornaro

La regia di Francesco Micheli (che ha ricoperto l’incarico di direttore artistico del Festival per 10 anni) e che si avvale del contributo del dramaturg Alberto Mattioli, è originale e spettacolare, puntualmente realizzata dal punto di vista teatrale grazie alle scene di Matteo Paoletti Franzato, al lighting designer di Alessandro Andreoli, al visual design di Matteo Castiglioni e agli splendidi costumi di Alessio Rovati.
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E’ toccato a ‘Caterina Cornaro’ (l’ultima grande opera di Gaetano Donizetti) l’onere e l’onore di inaugurare la 11a edizione del Donizetti Opera Festival, la manifestazione internazionale che la città di Bergamo dedica al suo concittadino più famoso (14, 22 e 30 novembre 2025) presso il Teatro che del Compositore porta il nome. Per la prima volta l’opera (nel nuovo allestimento coprodotto con il Teatro Real di Madrid) è stata rappresentata nella versione originale mai apparsa in scena (intero testo poetico e finale voluto dal Compositore).


Il sipario si apre e appare la sala d’attesa di un ospedale: una donna incinta (che intuiamo essere Caterina, la protagonista) attende con ansia l’esito di un difficile intervento chirurgico cui è stato sottoposto il marito.


Nell’attesa sfibrante del responso, il suo pensiero vola ai momenti felici della sua vita, al suo matrimonio, al viaggio di nozze a Venezia dove ebbe modo di conoscere la storia di una sua omonima, la nobildonna Caterina Cornaro (1454-1510).


Sul podio il direttore Aram KhaCheh (che ha sostituito il M° Riccardo Frizza indisposto) dà l’attacco all’orchestra. L' opera inizia.


Attraverso una piattaforma rotante ed un efficace visual design, la scena passa da Caterina in ospedale, al suo sogno che la porta ad immedesimarsi nella giovane Cornaro, nel palazzo di famiglia sul Canal Grande (l'attuale Ca' Corner della Regina), quindi diventare la sposa di Lusignano (re di Cipro) ed infine, alla morte del marito, regnante lei stessa per 16 anni, fino a che la Repubblica di Venezia non la costrinse a cedere l'isola (1488).


La regia di Francesco Micheli (che ha ricoperto l’incarico di direttore artistico del Festival per 10 anni) e che si avvale del contributo del dramaturg Alberto Mattioli, è originale e spettacolare, puntualmente realizzata dal punto di vista teatrale grazie alle scene di Matteo Paoletti Franzato, al lighting designer di Alessandro Andreoli, al visual design di Matteo Castiglioni e agli splendidi costumi di Alessio Rovati.

Sul podio il M° Khachen ha diretto l’Orchestra Donizetti Opera e il coro dell’Accademia Teatro alla Scala (curato dal M° Salvo Sgrò), mantenendo inalterata la tensione emotiva, anche nei momenti meno vivaci.


Agguerrita la compagnia di canto che ha racchiuso artisti di alto spessore: Carmela Remigio (Caterina Cornaro), Fulvio Valenti (Andrea Cornaro), Enea Scala (Gerardo), Vito Priante, sostituito nel 2° atto da Wonjun Jo (Lusignano), Francesco Lucii (Strozzi), Riccardo Fassi (Mocenigo), Vittoria Vimercati (Matilde). Molti gli applausi durante la rappresentazione e, ovviamente, alla fine della stessa.


Che si sa della prossima edizione 2026?
A differenza di quanto rappresentato finora (opere del primo Ottocento che spaziavano dagli anni Venti e Trenta, nonché al principio dei Quaranta), l’anno prossimo il Donizetti Festival chiederà agli spettatori di impugnare la lente di ingrandimento e concentrarsi sul triennio 1826-1828 in cui videro la luce ‘Alahor in Granata’ (Palermo, Teatro Carolino, 1826), la prima versione di ‘Le convenienze e inconvenienze teatrali’ (Napoli, Teatro Nuovo, 1827) che è la base di quella del 1831 che sarà presentata a Bergamo e ‘L’esule di Roma’ (Napoli, Teatro San Carlo, 1828).

Paola Cecchini

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