Arte e Cultura
L’8 marzo da non dimenticare [video]
(Perugia) Ci sono serate che finiscono ma non si chiudono. Che restano aperte dentro, come una finestra sul mare. L’8 marzo 2026, organizzato dall’associazione Libertas Margot, con l’Associazione Nazionale Privi di Vista e Ipovedenti, il Panathlon Club di Perugia, Vista Senza Frontiere, il SIULP, con il sostegno di Sir Safety System e Edizioni Morlacchi, e con il patrocinio della Regione Umbria, della Provincia, del Comune di Perugia e della Camera di Commercio per l’Umbria, è stata una di quelle grandi occasioni.
Donna d’Arte non era una mostra. Non era un convegno. Non era una performance. Ha raccolto tutti questi momenti insieme, e qualcosa di più. È stato un atto di coraggio collettivo, compiuto in un giorno in cui il mondo aveva ancora più bisogno di bellezza e di verità.
Una madrina assente che era ovunque.
La prima cosa che Simona Ambrosio, dirigente di Libertas Margot ha detto al microfono ha fermato il respiro in sala. Cecilia Alma Levita non sarebbe venuta. Bloccata in Kuwait, dove un conflitto appena esploso, la madrina della serata era fisicamente lontana ma presente in ogni parola, in ogni sguardo, in ogni momento di silenzio condiviso. La sua assenza forzata, proprio l’8 marzo, è diventata involontariamente la metafora più potente dell’intera manifestazione. Perché le donne, ancora oggi, in troppe parti del mondo, non possono scegliere. Il pubblico lo ha capito subito. E quella consapevolezza silenziosa ha attraversato tutta la serata come un filo invisibile.
Le farfalle di Ugo Levita e le dee di Giulietta Mastroianni. Prima ancora delle parole, c’erano le opere. E le opere parlavano da sole. “La mia anima è il sogno di una farfalla”, di Ugo Levita, ha accolto i visitatori con estrema delicatezza. Ogni tela sembra contenere una donna diversa non rappresentata ma evocata. Come se la pittura non mostrasse i soggetti ma ne custodisse i segreti.
Accanto, la mostra “Dea Donna”, di Giulietta Mastroianni, ha preso una direzione opposta e complementare: potente, arcaica, sacra. Le figure di Mastroianni non chiedono permesso. Occupano lo spazio con la certezza di chi sa di avere un posto nel mondo e lo rivendica. Tra le due mostre, il pubblico si è mosso lentamente, quasi in punta di piedi, come si fa nei luoghi dove si percepisce l’espressione artistica.
Donne, Diritti, Dignità: le parole che fanno male e quelle che guariscono.
La tavola rotonda, condotta da Simona Ambrosio, ha aperto il cuore della serata con il coraggio di chi non si accontenta dell’indignazione generica, ma scende nel dettaglio; giuridico, psicologico, umano.
Nicodemo Gentile ha spiegato con precisione e passione cosa significa, concretamente, che il femminicidio è oggi una fattispecie autonoma nel nostro ordinamento. Non più un’aggravante nascosta tra le pieghe del codice penale, ma un reato riconosciuto nella sua specificità. Un passo importante, ha detto, ma non sufficiente “ perché la legge può nominare il mostro, ma non può da sola sconfiggerlo”.
Gemma Bracco ha portato in sala la voce delle donne che ha incontrato nel suo lavoro. Storie senza nome ma con un peso specifico enorme. Ha parlato del divario tra norma scritta e realtà vissuta, di quanto sia difficile per una donna riconoscere per tempo il pericolo e di quanto spesso il sistema arrivi troppo tardi. Le sue parole non erano di rassegnazione ma di chi conosce bene il problema e per questo sa dove bisogna ancora lavorare.
Federico De Salvo ha fatto la cosa più difficile della serata: ha parlato degli uomini. Di quelli che maltrattano. Di quelli che arrivano allo Sportello autori di maltrattamenti, a volte spinti da una sentenza, a volte mossi da qualcosa che ancora non sanno chiamare col suo nome. Ha spiegato cos’è un percorso di psicorieducazione, perché esiste e come funziona. Ha risposto senza difendersi alla domanda più scomoda: “perché occuparci di loro?” La è stat semplice e disarmante: “perché se non cambia l’uomo, la prossima donna è già in pericolo”.
Alessandra Guidi, scrittrice, autrice del romanzo “Nini”, ha chiuso il cerchio in modo inatteso e prezioso. Non con un discorso, non con dati o teorie , ma con la consapevolezza silenziosa di chi ha attraversato un lungo travaglio interiore e ne è uscita con una scelta precisa: tacere. Non il silenzio della resa, né quello della paura. Il silenzio di chi ha capito che certe parole, se dette, feriscono e ha deciso che non ne vale la pena. Che proteggere gli altri, a volte, è la forma più alta di forza. Di questo silenzio parla nel suo libro “Nini”; un silenzio che non è vuoto ma pienezza, non assenza ma cura profonda. La sala l’ha ascoltata con una qualità di attenzione diversa, più raccolta. Perché quello che Alessandra portava con sé non si leggeva nelle parole che diceva, ma in quelle che aveva scelto di non dire più.
Sincronia Precaria: quando il corpo dice quello che le parole non osano. Dopo le parole, i corpi. Dopo i numeri e le leggi, il silenzio che urla.
Chiara Tobia, Tito Andrea Esposito e Corrado Vittorio Battistoni hanno preso possesso della sala con “Sincronia Precaria” una performance che non si racconta facilmente, e forse non si dovrebbe nemmeno provarci. C’erano corpi che cercavano equilibrio e lo perdevano. C’erano voci che si sovrapponevano e poi si azzittivano. C’era una tensione fisica, quasi dolorosa, che raccontava meglio di qualsiasi statistica cosa significa tenere tutto insieme quando tutto tende a sgretolarsi, nella ricerca faticosa di un equilibrio tra generi.
Sul palco sono saliti anche i ragazzi di Basemant Art Lab, giovani, vitali, portatori di un linguaggio artistico che mescola movimento e creatività con una freschezza disarmante. La loro presenza ha introdotto un’energia nuova, quasi improvvisa, come una finestra aperta nel mezzo di una stanza raccolta nel pensiero.
E poi la musica. Il liuto cinese ha risuonato nella sala interpretato dalla bravissima artista Chooyoki che ha saputo trasformare le note in qualcosa di fisicamente percepibile , una vibrazione che si posava sulle spalle, sul petto, sulle cose non dette. In quel momento, musica, corpo e parola si sono fusi in un unico linguaggio senza confini. E la voce bellissima di Tito che ha inneggiato ad un mondo più “femmena” perché le donne sono portatrici di vita, di bellezza, di amore. Ogni gesto aveva un peso in più. Ogni caduta era meno metafora e più realtà. Il corpo che perde l’equilibrio non era solo danza , era la storia di qualcuno che avevamo appena sentito raccontare.
Quando le luci sono tornate, Simona Ambrosio ha lasciato passare qualche secondo prima di parlare ringraziando il numeroso pubblico intervenuto. Le persone hanno iniziato a salutarsi lentamente, come si fa quando non si ha fretta di uscire. Qualcuno è tornato davanti alle opere. Qualcuno si è fermato a parlare con Federico, con Gemma, con Nicodemo. Qualcuno è rimasto semplicemente fermo, in piedi, con gli occhi sulle farfalle di Ugo Levita o sulle sculture cariche di significati di Giulietta Mastroianni.
Un ultimo gesto: il calore della Pizzeria Da Michele, il finale perfetto. Il segno che dopo le domande difficili, dopo i silenzi necessari, dopo i corpi che cadono e si rialzano, c’è sempre un momento in cui ci si può semplicemente sedere, stare insieme, e spezzare il pane, o la pizza, con chi è stato accanto. Anche questo è stato un atto d’amore.
E forse è questo il senso più profondo dell’arte: non dare le risposte, ma porre le domande giuste. Anche questo è stato l’8 marzo a Donna D’Arte.
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