Senza compromessi: il tempo sospeso di Eleonora Moccagatta ne "La Porta del Crepuscolo"

C’è qualcosa di volutamente trattenuto in questo romanzo, come se ogni parola fosse lì dopo una scelta precisa, mai casuale.
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“La Porta del Crepuscolo” non cerca di sedurre immediatamente, anzi, sembra quasi voler mettere alla prova chi legge, chiedendo una partecipazione attiva, emotiva e mentale. Il rapporto tra realtà e soprannaturale non è mai netto, è più un’eco continua, una presenza che si insinua senza dichiararsi apertamente. A metà percorso però si avverte un leggero appesantimento nel ritmo, alcune sequenze si dilatano più del necessario e rischiano di spezzare la tensione costruita fino a quel momento.

Non è un difetto grave, ma è uno di quei dettagli che emergono proprio perché l’impianto generale funziona. Quando la narrazione riprende vigore, torna anche quella capacità di evocare immagini precise, quasi visive, che ricordano certe atmosfere di Neil Gaiman, ma senza mai diventare imitazione. Il tema del cambiamento, del confronto con ciò che si evita, resta centrale e coerente fino alla fine. Non è una lettura immediata, e probabilmente non vuole esserlo. È un progetto letterario che sceglie la profondità rispetto all’accessibilità, e questa scelta, pur con qualche limite, è decisamente riconoscibile.


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