Loste spiazza tutti: “Postumi” è un disco vivo, sporco e necessario
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"Postumi" è uno di quei dischi che non puoi ascoltare in sottofondo. Ti chiama, ti strattona, ti costringe a starci dentro. Loste torna dopo anni, ma non sembra voler recuperare il tempo perso: sembra piuttosto voler fare quello che non aveva mai fatto del tutto, ovvero togliersi ogni filtro. Ed è proprio questo che rende il disco così vivo.
La struttura dell’album è un viaggio pieno di urti. C’è il punk viscerale che ci si aspetta da lui, ma c’è anche molto altro: elettronica anni ’80, campionamenti analogici, ritmiche afro, momenti quasi teatrali, parentesi malinconiche. È come se ogni brano fosse un pezzo di una personalità che non vuole più essere compressa in un solo linguaggio. A livello sonoro, tutto questo è possibile grazie alla produzione di Aki Chindamo, che permette al disco di avere un'identità forte pur attraversando territori diversi.
I testi sono un altro punto centrale. Loste non ha paura di raccontare la depressione, il fallimento, la solitudine, ma lo fa con un’ironia tagliente che spiazza. Non c’è compiacimento, non c’è autocommiserazione. C’è una voce che prova a dire la verità senza renderla più elegante di ciò che è. Mi mandi in pressa e Le bionde fanno male sono forse gli esempi più evidenti di questo equilibrio tra amarezza e sarcasmo.

E poi arriva La Terra è un posto bellissimo, che completa il quadro. È il pezzo più politico, quello che parla non solo di sé, ma di tutti noi. L’alternanza tra tragedie globali e selfie sorridenti è un fenomeno quotidiano, e Loste riesce a trasformarlo in musica senza moralismi, ma con una lucidità rara. La parte elettronica finale, quasi soffocante, rende perfettamente la sensazione di vivere in un flusso informativo ingestibile.
"Postumi" è un disco che non vuole essere perfetto: vuole essere autentico. E in un panorama dove spesso si cerca la levigatezza, questa scelta è forse la più punk di tutte.
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Ufficio Stampa
Giulio Berghella
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