L'intervista esclusiva, Antonello De Pierro a tutto campo tra cinema, politica e gogna mediatica
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Roma – A margine della convulsa e partecipatissima anteprima nazionale del film Election Day, svoltasi nella splendida e multietnica cornice dell'arena dell'Esquilino per la XXVI edizione di “Notti di Cinema a Piazza Vittorio”, abbiamo incontrato il giornalista Antonello De Pierro. Il presidente del movimento Italia dei Diritti-De Pierro, giunto all'evento accompagnato da Maria Lanzo, vice responsabile per Pomezia del movimento, si è concesso a una lunga e sferzante conversazione. Con il suo stile inconfondibile, un mix perfetto di rigore etico, acume politico e passione artistica, De Pierro ha tracciato una linea di demarcazione netta tra il cinema che serve al Paese e le derive morali che rischiano di affossarlo.
Presidente De Pierro, la sua presenza a Piazza Vittorio, accompagnato dai vertici territoriali dell'Italia dei Diritti-De Pierro, conferma il suo legame indissolubile con gli eventi culturali della Capitale. Cosa l’ha spinta a presenziare all'anteprima dell'opera di Giorgio Amato?
«La mia presenza, e quella della delegazione dell'Italia dei Diritti che mi ha accompagnato, non è un semplice atto di cortesia istituzionale o, peggio ancora, un passaggio mondano sui red carpet capitolini, pratiche dalle quali mi distanzio da sempre con fermezza. Presenziare a eventi di questa portata è un preciso dovere civile, un atto di militanza intellettuale. Sostenere il cinema italiano, specialmente quando si tratta di opere coraggiose e indipendenti come quella di Giorgio Amato, significa difendere l'identità profonda del nostro paese. Viviamo in un'epoca di preoccupante desertificazione culturale, e l'arena dell'Esquilino, con il suo pubblico caloroso, rappresenta una trincea di resistenza che va presidiata. Quando il cinema sposa l'impegno sociale, io ci sono e ci sarò sempre, perché la cultura è il primo pilastro su cui rifondare i diritti dei cittadini».
Lei è storicamente ricordato nel mondo dell'emittenza radiotelevisiva per la sua direzione di Radio Roma, durante la quale ha condotto una vera e propria "crociata" a favore del cinema nostrano. Questa serata rappresenta in qualche modo la prosecuzione di quella battaglia?
«Assolutamente sì, non ho mai indietreggiato di un millimetro rispetto a quelle posizioni. Ai tempi della mia direzione a Radio Roma imposi una linea editoriale chiarissima: dare spazio, voce e dignità al cinema Made in Italy, ai nostri registi, ai nostri attori e a tutte le eccezionali maestranze che il mondo ci invidia. La definimmo, non a torto, una crociata contro l'invasione massiccia, totalizzante e colonizzatrice del cinema d'oltreoceano. Hollywood ha colonizzato le menti e i palinsesti, imponendo spesso modelli culturali estranei alla nostra storia e fagocitando i canali di distribuzione a scapito delle produzioni nostrane. Vedere stasera un'arena piena per un film italiano, distribuito da Medusa e prodotto da Sunshine in collaborazione con Prime Video, dimostra che la nostra battaglia era giusta. Dobbiamo riappropriarci le nostre storie. Il cinema italiano ha una funzione terapeutica e pedagogica per la società che i blockbuster americani non potranno mai avere».
Veniamo al film Election Day. La pellicola scarnifica in maniera spietata il meccanismo della gogna mediatica e della superficialità dei social network. Da giornalista che conosce bene i meccanismi della comunicazione, come giudica l’affresco dipinto dal regista?
«Giorgio Amato ha inferto un fendente micidiale al perbenismo imperante. Il film, attraverso il meccanismo della commedia dal ritmo serrato, mette a nudo una verità drammatica: viviamo nell'era del giudizio istantaneo. Oggi basta una manciata di secondi, un video decontestualizzato o un tweet impulsivo per distruggere la reputazione di un individuo, trasformandolo in un bersaglio o, per contro, in un eroe effimero. Il dibattito pubblico è stato sostituito da un tribunale inquisitorio digitale permanente, dove non esiste il diritto alla difesa, non esiste la presunzione di innocenza e dove la complessità umana viene ridotta a un algoritmo. La vicenda della deputata Renata Innocenti, interpretata da una straordinaria Angela Finocchiaro, è lo specchio esatto di questa fragilità. La gogna social non cerca la verità, cerca il sangue mediatico. E questo, per chi come me difende i diritti e la dignità umana, è un abominio che va denunciato con forza».

Il motore immobile del dramma nel film è l'insulto razzista rivolto dal compagno della protagonista, il giornalista Carlo De Santis, interpretato da Antonio Gerardi, a un calciatore di origini africane durante una diretta TV. Una dinamica che fa esplodere l'ipocrisia politica. Qual è la sua lettura di questo cortocircuito?
«È il cuore pulsante della pellicola, il momento in cui crolla il velo di Maya. La Innocenti professa un'Italia inclusiva, uno slogan politico che recita di "non lasciare indietro nessuno", ma il fango le esplode in casa, generato dall'uomo che condivide con lei la quotidianità. La battuta del trailer che risuona sullo schermo è emblematica della disperazione e della rabbia del personaggio: “Ma tu hai la minima idea della valanga di merda che mi hai buttato addosso il giorno delle elezioni?”. Qui emerge l'ipocrisia di certa politica contemporanea. Troppo spesso i valori etici e morali, persino quelli sacrosanti riconosciuti dalla nostra Costituzione, vengono ridotti a mera propaganda elettorale, sia da destra che da sinistra. Si professano grandi ideali in pubblico, ma poi manca la struttura morale nel privato. Il film smaschera questa schizofrenia con una precisione chirurgica».
Nelle note di regia, Giorgio Amato lancia un severo j'accuse contro l'escalation d'odio, la xenofobia e il ritorno di spettri quali il fascismo, il nazismo e il sovranismo becero, accusando la politica di speculare su queste paure. Si sente di sottoscrivere queste parole?
«Le sottoscrivo parola per parola, senza riserve. Da anni, come osservatore politico e come leader del nostro movimento, denuncio una preoccupante involuzione sociale. Assistiamo a un aumento esponenziale della violenza verbale sui social media, che poi inevitabilmente si traduce in episodi di intolleranza e discriminazione nelle strade delle nostre città. Questa deriva xenofoba e il riemergere di rigurgiti nazionalisti e neofascisti sono i sintomi di una crisi profonda, economica ma soprattutto valoriale. La colpa più grave, come giustamente evidenzia Amato, è di quella politica parassitaria che, anziché ergersi a baluardo della Costituzione e utilizzare un linguaggio univoco contro l'odio, preferisce cavalcare i bassi istinti della pancia del Paese per racimolare qualche voto in più. Speculare a prescindere sulla pelle delle minoranze e dei migranti per fini elettorali è un atto di sciacallaggio politico inaccettabile. Chiedere una giustizia certa per ogni crimine al di là di chi l'abbia commesso è un diritto/dovere sacrosanto a cui la politica riesce sempre meno a rispondere. Chiedere che un immigrato, se vuole vivere sul suolo italiano, rispetti le nostre leggi, altrimenti non è il benvenuto e deve essere perseguito duramente, è un diritto per i cittadini e un dovere per la politica, che spesso non riesce a soddisfare questo concetto elementare e preferisce speculare a prescindere per mascherare la propria incapacità. Questo non lo chiedono solo gli italiani, ma anche gli stranieri integrati e rispettosi del nostro ordinamento. Ciò è una tutela anche per questi ultimi, che al contrario di chi viene a delinquere è il benvenuto. Ma c'è chi ha costruito la solidità del suo scranno elettorale sulla propaganda razzista, senza che abbia alcuna capacità di affrontare un problema, la cui risoluzione è molto ardua, se non impossibile. Ma la pancia e l'ignoranza di alcuni italiani è permeabile a qualsiasi proclama, anche il più illogico. Purtroppo l'humus subculturale in cui affogano alcune mangiatoie elettorali è il vero problema del nostro paese».
Nonostante i temi pesantissimi, il film resta una commedia che ha saputo strappare sorrisi alla platea, guidata da un grande Giorgio Tirabassi che ha fatto gli onori di casa all'Esquilino insieme al resto del cast, con tanti ospiti come Adriana Russo, Maria Monsè, Salvatore Marino, Alex Partexano, Metis Di Meo e Conny Caracciolo. Crede che la satira e l'ironia siano ancora armi efficaci?
«Sono le armi più affilate che abbiamo. Il cinema ha il dovere sacro di fare la sua parte, e farlo attraverso la commedia leggera è forse la via più complessa ma efficace. Il sorriso terapeutico permette di veicolare messaggi di una complessità inaudita, costringendo lo spettatore a guardarsi allo specchio senza i filtri della retorica. Stasera, nonostante l'assenza della Finocchiaro, il cast presente, capitanato da un immenso e generoso Giorgio Tirabassi, ha dimostrato una sintonia straordinaria. Vedere amici come Adriana Russo, magnificamente accompagnata da un professionista della comunicazione del calibro di Francesco Caruso Litrico, o Metis Di Meo, Salvatore Marino, Alex Partexano, Maria Monsè e Conny Caracciolo riuniti per questa causa, è la prova che l'arte autentica sa ancora fare aggregazione intorno ai valori veri. Il film si chiude con una certezza: l'amore e la solidarietà restano gli unici motori capaci di sconfiggere gli ostacoli del cinismo contemporaneo. Questo è il messaggio che mi porto dietro da questa splendida notte a Piazza Vittorio, ed è il messaggio che la politica italiana dovrebbe finalmente fare proprio».
(Foto di Giancarlo Fiori)
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