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"INES E ANITA" di SCRIVO TIZIANA - LEUCOTEA EDIZIONI

Il romanzo di Scrivo Tiziana, la storia d'amore e drammatica che lega due sorelle: è racconto, grido ed esperienza, ed al contempo è un progetto benefico in favore dei minori della Fondazione Rosa dei Venti Onlus https://www.rosadeiventi.org/arte-cultura/ Di seguito un assaggio gratuito di uno dei primi capitoli... buona lettura!
Cantù , (informazione.news - comunicati stampa - editoria e media)

«Apri questa maledetta porta Anita!»
Mia mamma gridava frasi aspre che mi arrivavano solo per metà.
«Anita! Apri immediatamente la porta... non voglio che vi chiudiate dentro con Ines. Anita! La faccio buttare giù da Armando se non obbedisci subito!»
Picchiava i pugni insistenti e appiccicaticci.
Le vedevo il palmo delle mani, dilatato dai riquadri di vetro satinati della porta della nostra camera.
Sapevo che non l'avrebbero buttata giù veramente.
«Lascialo pure fare Armando, io starò qui a guardarvi!»
Nel frattempo preparavo i miei sacchi.
Mi squadrava Ines, mentre facevo del mio meglio per provocare.
Facevo del mio meglio per resistere.
Facevo del mio meglio per non schiacciare la mia dignità sotto le suole, più di quanto già non fosse.
Ero una furia quella mattina.
Non mi riconoscevo e non mi piacevo.
Gestivo il mio respiro a fatica e i miei movimenti a fatica.
Faticavo persino ad ordinare i miei pensieri.
Riempivo i miei sacchi.
Aveva gli occhi sbarrati Ines, di chi sta per assistere a qualcosa di drammatico a cui non vorrebbe partecipare.
Poi disinvolta, diede all'improvviso un giro di chiave, così aprì la porta.
C'era tutto di drammatico lì.
Lì, tra noi.

Quando lanciai uno sguardo in corridoio, il primo di cui vidi la faccia fu Armando.
Era divertito, e sfoggiava il suo sorriso sprezzante.
Teneva una mano sul fianco come suo solito, come a voler verificare sino a che punto saremmo stati tutti capaci d'arrivare.
Esitai, ma per poco.
Persi le staffe, e mi ci scagliai contro.
Usai tutta la rabbia che avevo in corpo.
Ero il lupo peggiore che avessi mai visto.
I lupi del mio branco non si comportavano in quel modo.
Con la sola forza della testa, e con la spinta grande dell'adrenalina, lo gettai contro il muro che aveva alle sue spalle.
Non so cosa pretendessi davvero di ottenere, ma non mi importava.
Spingevo con la testa sul suo costato, a più non posso.
Lui, col respiro leggermente trattenuto e una discreta fatica, continuava a deridermi.
Poi con uno scatto svelto, mi si avvinghiò alla gola.
Si liberò dalla presa, e mise me con le spalle al muro.
Ne rimasi sbalordita.
Sentii che lentamente i piedi non aderivano più al pavimento.
Mi faceva male, al collo e all'anima.
Mi faceva vergognare della mia stessa presenza.
Mi fece capire forte quanto ci si possa sentire traditi dalla propria famiglia.
Mia madre guardava.
Mia sorella guardava.
Armando non smetteva di stringere.
Non smetteva.
Socchiusi gli occhi.
Sentivo la sua presa in giro, ancora.
E dall'angolo dell'occhio che mi lacrimava riuscivo a vedere la parte viola della sua tuta orribile aderente ai polpacci.
«Lasciami figlio di puttana... lasciami che tanto me ne sto andando. Me ne sto andando non vedi? Figlio di puttana.»
Allentò la morsa.
Mi diede un'occhiata da testa a piedi.
Soddisfatto e impietosito.
«Prima di traslocare dovevi pur impararla una bella lezione signorina.»
Si sfregò le mani l'una contro l'altra con uno schiocco grave e strafottente, come a decretar un lavoro finalmente ultimato.
Mia madre e mia sorella guardavano ancora.
Disfatta rientrai in camera mia, e richiusi la porta a chiave.
Ma questa volta a nessuno gliene importò.
Ripresi a riempire i miei sacchi.
Tutto mi strideva.
Tutto mi pungeva forte tra i pensieri.
Avrei salvato solo Ines.
Lei c'era.
Ma mi sentivo stanca.
Mi faceva schifo quel posto perché era senza mare.
Come si può vivere senza mare.
Mi faceva schifo quella casa che non era la mia, ma mi pareva in prestito.
Persino la scuola non era la mia.
Mi faceva schifo Armando col suo puzzo.
Un uomo che non era un uomo. Uno squallido maledetto impostore.
Tutto da buttare, tutto!
Tutto mi imbruttiva e mi rendeva aggressiva, cupa e vacua.
Non c'era nessun branco di lupi felici quella mattina.
Non c'ero nemmeno io.
Non c'ero mai stata.
In preda all'inquietudine riempivo i miei sacchi.
Riempivo ancora.
Erano quelli della spazzatura, quelli neri alti.
Ero annebbiata e inconsistente.
Facevo scorrere il braccio sinistro su tutto il primo ripiano in vetro della libreria, e quando battevo le ciglia era già caduto tutto dentro nel sacco.
Così col secondo ripiano: scorrevo col braccio, e alla fine della mensola, giù le lacrime insieme alla mia roba.
Il terzo.
Il quarto.
E così l'ultimo.
Mi guardai sommariamente il sotto della manica, la camicetta azzurra era tutta impolverata.
Ma dovevo aspettarmelo, del resto io ed Ines spolveravamo la libreria di rado.
Osservai solo per un momento le tre staffe della libreria colorate.
Mi facevano schifo anche quelle.
Tutto il resto che mi apparteneva ma che non mi sarei portata dietro, e che lì non avrei mai voluto lasciare, lo buttavo.
E allora farcivo altri sacchi.
Deliravo.
Ero circondata da così tanti sacchi alti quasi quanto me, che avevo l'impressione stessero lì ad ispezionare ciò che facevo, e mi pareva persino mi giudicassero.
Scostanti sghignazzavano mentre contenevano i miei effetti personali.
Lacrimavo e imprecavo.
Io non avevo valige, avevo i miei sacchi.
Prima di venir via dal mare non ero mai andata da nessuna parte, e non avevo valige.
Avevo i miei sacchi.
Seduta tra di loro c'era solo Ines, con le gambe incrociate.
Seduta e variopinta.
Una gonnellina azzurra e una canottiera gialla, appena sgualcita sulle bretelle.
Si era infilata malamente un girasole tra i capelli, ma le penzolava da un orecchio perché non aveva il fermaglio del tutto intero.
Glielo sistemai in un istante alla bell'e meglio.
«Non mi guardare in quel modo Inny, okay?»

Ines era priva di parole.
Era dolorante nel suo profondo, ma non lo disse.
Non la salvai mia sorella quel mattino, le sistemai solo i capelli.
«Che tu possa venire lo escludo Ines... ad ogni modo io me ne vado, e come vedi questa volta lo faccio davvero. Ho dodici anni, e se qui non sono felice ho il diritto di esserlo da un'altra parte. Me ne vado da papà come ti avevo detto. Mi fa schifo tutto qui a me. Tutto!»
Ines abbassò la testa, come se sapesse che prima o poi sarebbe arrivato quel momento.
Era questione di tempo.
Le liti con mamma e Armando non ci misero molto a convincermi che quello non era il mio posto.
Il disagio che sentivo in una famiglia nuova, che non era una famiglia, mi costringeva col mento raso terra.
E il dolore che mi gridava dentro per una famiglia che si era spaccata, nessuno l'aveva sentito.
Io non mi capivo, ma quello non sarebbe mai stato il mio posto.
Mai.
Non lo sarebbe mai stato.
Ero impigliata sì, perché Ines era mia sorella.
perché Ines rimaneva lì.
Ma quel giorno aprii con forza un anello della catena e mi liberai ugualmente.
Svincolandomi strisciai anche malamente il cuore, che sanguinò a più non posso, ma sotto i vestiti, non fuori.
Dopo qualche mese che eravamo arrivate, non ero evidentemente riuscita a farmi bastare Ines.
Non c'ero riuscita.
Non sapevo cosa stavo facendo, ma semplicemente feci.
Me ne andai.
I suoi occhi, lì.
Era scossa, profondamente.
«Almeno spostati Ines se non intendi aiutarmi.»

Scelsi di non incrociarli i suoi occhi, li sentivo.
Lei mi guardava, mi guardava forte.
«Io non so come aiutarti Anita!»
L'amavo anche quel giorno, ma non glielo dissi.
«Tieni Any... i pantaloncini che abbiamo uguali, non dimenticarli.»
«Ah grazie, sì li metto via.»
«Credi che mi permetteranno di venire a trovarti? Perché io vorrei venire.»
«Io credo di si... se permettono a me di andar via Inny, perché dovrebbero impedirtelo... verrai a trovarmi allora?»
Mi guardava ancora. «Si, credo di si.»
Non le fuoriuscivano più di due o tre parole in fila, e io in quegli occhi scuri e già normalmente tanto liquidi non ci sapevo leggere bene.
Quello che provava non lo seppi mai.
Amavo mia sorella.
Nel caos di una circostanza tanto decadente, nessuno disse molto.
Nessuno disse più di niente.
Nessuno.
Tantomeno io.
Io che ero spezzata, e facevo attenzione a non distrarmi perché altrimenti sarei andata in frantumi.
Mi si scioglievano le ginocchia, e avevo le orecchie bollenti.
E racimolavo gli ultimi oggetti inutili, che non avevo usato prima e non avrei usato neanche dopo.
Dovevo pur presentarmi alla mia nuova vita con un passato pieno di ricordi per cui avrei lottato.
Beh... era tutto vero per metà.
Se avessi riempito tutte e due le tasche della mia sabbia del mare, avrebbe pesato di più di tutta la robaccia che stavo prendendo.
«Ciao Ines, ciao mamma.»

Diciotto anni dopo ho capito quanto ci faccia bene ridurre le occasioni dei baci persi.
I baci persi, come i miei di quel giorno e di tanti altri giorni della mia vita, che non torneranno mai più.
E anche gli abbracci dati di fretta e con poco impegno, talvolta non ci concedono un'altra occasione per poter far meglio.
Scappavo da quella vita perché forse non avevo scelta, o forse si.
Non lo so ancora oggi.
Ma per lo meno non me lo domando più.
In ogni caso io credevo che scappare fosse semplice come quando correvo con Ines da una stanza all'altra.
Non c'erano molti baci nella stanza di cui stavo chiudendo la porta.
Non avevo dato molti baci neanche io.
Ma ne volevo.

  _ "Ines e Anita"   III Capitolo

  di Scrivo Tiziana  _ Leucotea Edizioni Sanremo 

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