Curarsi in Italia? Una questione di CAP (e di reddito)
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Liste d’attesa infinite, screening a due velocità, rinuncia alle cure e fuga verso il privato: presentata alla Camera dei deputati la fotografia di un Servizio Sanitario Nazionale sempre più fragile e diseguale. A raccontarlo i dati, le analisi e le testimonianze di pazienti, personale sanitario, associazioni ed esperti, raccolti da Medici del Mondo. Che lancia un appello alla politica: se si trovano risorse per altre priorità strategiche del Paese, devono esserci anche per il SSN.
Oggi, in Italia, la possibilità di curarsi dipende sempre più dal reddito, dal territorio in cui si vive e dalla capacità di aggirare liste d’attesa incompatibili con i tempi della malattia. È questo il quadro che emerge da “La misura della disuguaglianza. Crisi del Servizio Sanitario Nazionale e divari nell’accesso alla prevenzione e alle cure oncologiche in Italia”, il nuovo report di Medici del Mondo, rete internazionale impegnata a garantire l’accesso alla salute, presentato questa mattina presso la Camera dei deputati, alla presenza di On. Luana Zanella, Capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera dei deputati, e di Serenella Caravella, economista e ricercatrice SVIMEZ, moderati da Federica Pennelli, giornalista e co-autrice del report. Un lavoro che, attraverso dati, analisi e testimonianze, vuole anche richiamare l’attenzione della politica tutta sulla necessità urgente di tornare a investire in modo strutturale nella sanità pubblica e di trovare soluzioni per risolvere le “disomogeneità territoriali che determinano disparità non più accettabili” (Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, in occasione della Giornata mondiale delle Malattie rare, il 28 febbraio 2026).
Il documento rappresenta la prima edizione di un lavoro di analisi che l’organizzazione intende portare avanti negli anni per monitorare lo stato del diritto alla tutela della salute in Italia, scegliendo in questa fase di concentrarsi sull’oncologia come lente privilegiata per osservare le fragilità strutturali del sistema sanitario pubblico. Le patologie oncologiche, infatti, costituiscono un ambito particolarmente significativo per valutare il funzionamento del SSN: prevenzione, diagnosi precoce, accesso tempestivo alle cure, presa in carico multidisciplinare e continuità assistenziale sono elementi che rendono immediatamente visibili le disuguaglianze territoriali, economiche e sociali che attraversano il Paese.
UN SSN SEMPRE PIÙ FRAGILE. Dal report emerge chiaramente come la crisi del Servizio Sanitario Nazionale non sia il risultato di un’emergenza contingente, ma l’esito di un processo lungo oltre vent’anni, caratterizzato da definanziamento progressivo, riforme incompiute e crescente spostamento della domanda sanitaria verso il settore privato.
Tra il 2010 e il 2019 sono stati ridotti o non assegnati alla sanità oltre 37 miliardi di euro rispetto ai livelli programmati[1], col risultato che il rapporto tra spesa sanitaria pubblica e PIL si attesta al 6,3%, al di sotto sia della media OCSE sia di quella europea[2]. Un dato che, secondo le proiezioni contenute nella Legge di Bilancio, potrebbe ulteriormente diminuire nei prossimi anni.
Parallelamente, cresce il ricorso alla sanità privata: nel 2023 i principali gruppi privati della sanità italiana hanno superato i 12 miliardi di euro di ricavi, con una crescita del 15,5% rispetto al periodo pre-pandemia[3]. Un fenomeno che rischia di alimentare un “circolo vizioso”: il pubblico, impoverito da carenze strutturali e liste d’attesa sempre più lunghe, trasferisce quote crescenti di domanda e risorse verso il privato accreditato, senza però riuscire a rafforzare in modo strutturale il sistema sanitario pubblico. Un paradosso che rischia di aumentare ulteriormente le disuguaglianze nell’accesso alle cure.
Tra le criticità, spicca poi il progressivo aumento della spesa sanitaria sostenuta direttamente da cittadine e cittadini, che 41,3 miliardi di euro, pari al 22,3% della spesa sanitaria totale[4]: una quota che da oltre dieci anni supera stabilmente la soglia del 15% indicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come limite oltre il quale vengono compromessi universalità ed equità nell’accesso alle cure.
A questo si aggiungono l’allungamento delle liste d’attesa, la carenza strutturale di personale sanitario, le profonde differenze regionali nell’accesso ai servizi, la crescente migrazione sanitaria dal Sud verso il Centro-Nord. Senza dimenticare la rinuncia alle cure: solo nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone in Italia hanno dichiarato di aver rinunciato almeno a una prestazione sanitaria, principalmente per motivi economici o per i tempi di attesa troppo lunghi.
L’analisi mostra quindi come la possibilità di curarsi stia diventando sempre più legata alle condizioni economiche individuali e al territorio di residenza, mettendo in discussione gli stessi principi universalistici su cui il SSN è stato costruito.
ONCOLOGIA: L’ITALIA RESTA UN PAESE DIVISO. L’oncologia rappresenta oggi uno degli ambiti più rilevanti per comprendere le trasformazioni e le fragilità del SSN. Solo in Italia, nel 2023, sono state stimate circa 395.000 nuove diagnosi di tumore maligno. I tumori più frequenti interessano mammella, colon-retto, prostata e polmone, patologie per cui prevenzione, screening e tempestività della presa in carico incidono in modo determinante sugli esiti di salute e sulla sopravvivenza dei pazienti.

Proprio l’analisi sull’accesso ai percorsi oncologici mette in luce un divario ancora molto marcato tra Nord e Sud, a livello, in particolare, di disponibilità di reti oncologiche regionali realmente operative, di accesso ai farmaci innovativi e di tempi di presa in carico. Ma anche di prevenzione secondaria, con tassi di adesione ai programmi di screening che presentano importanti differenze tra Meridione e Settentrione: ad esempio, l’adesione agli screening mammografici organizzati raggiunge il 63,2% nel Nord Italia, ma si ferma al 40,1% nel Sud e nelle Isole, e per lo screening del tumore del colon-retto il divario è ancora più marcato (46,8% al Nord contro 21,1% nel Sud). La situazione è particolarmente negativa in Calabria, dove solo il 22,1% delle persone aderisce ai programmi di screening mammografico organizzati e appena il 5,2% per il tumore del colon-retto[5].
Il report evidenzia inoltre come le regioni meridionali registrino livelli inferiori di spesa sanitaria pro capite, una minore presenza di strutture ad alta specializzazione e una più elevata mobilità sanitaria, con migliaia di pazienti costretti ogni anno a spostarsi in altre regioni per ricevere cure adeguate. Non stupisce, quindi, che nelle regioni del Sud si registri una più alta mortalità evitabile (ovvero: in particolare, la mortalità per tumore al Sud si attesta a 8,4 decessi per 10.000 abitanti, mentre è inferiore a 7,3 nelle restanti aree del Paese[6].
Il report di Medici del Mondo analizza poi lo stato di attuazione del Piano Oncologico Nazionale 2023-2027 e delle reti oncologiche regionali, considerate strumenti fondamentali per garantire percorsi di cura omogenei e multidisciplinari. Se alcune realtà territoriali hanno sviluppato modelli organizzativi efficaci, il quadro nazionale resta fortemente disomogeneo. In molte regioni persistono difficoltà legate alla governance, alla mancanza di personale, alla carenza di investimenti e all’assenza di un monitoraggio uniforme degli esiti di cura. Con il rischio concreto che le differenze territoriali possano ulteriormente ampliarsi in assenza di una regia nazionale forte e di un investimento strutturale sul sistema pubblico.
VENETO CHIAMA ITALIA: LA CURA DEI TUMORI È UNA QUESTIONE DI CLASSE. Ma curarsi in Italia non è solo una questione di CAP: emergono infatti problematiche trasversali che attraversano tutto il Paese, dimostrando come la crisi del SSN non riguardi più soltanto i territori storicamente fragili, ma anche le regioni considerate più performanti. È il caso del Veneto, a cui il report di Medici del Mondo dedica un approfondimento: le testimonianze raccolte da pazienti e personale sanitario raccontano infatti il peso economico e psicologico sulle spalle di pazienti e care giver, nonché il problema organizzativo dei percorsi oncologici, tra visite private necessarie per aggirare liste d’attesa incompatibili con i tempi della malattia, difficoltà nell’accesso agli screening e crescente disparità tra chi può permettersi cure rapide e chi, invece, resta bloccato nel sistema pubblico.
ARGHILLÀ: QUANDO ANCHE UNA PICCOLA REALTÀ PUÒ FARE LA DIFFERENZA. All’interno del report trova spazio anche l’esperienza di Arghillà, quartiere periferico di Reggio Calabria caratterizzato da forte marginalità sociale, vulnerabilità economica e difficoltà di accesso ai servizi sanitari. Proprio qui, Medici del Mondo ha sviluppato negli ultimi anni attività di promozione della salute e di accompagnamento agli screening oncologici: attraverso il lavoro di rete con personale sanitario, associazioni e servizi territoriali, il progetto ha contribuito a rafforzare la consapevolezza sull’importanza della prevenzione e ad avvicinare ai percorsi di screening persone che, altrimenti, sarebbero rimaste escluse. L’esperienza di Arghillà dimostra come, anche con risorse limitate, sia possibile costruire percorsi di prossimità capaci di ridurre ostacoli economici, informativi, organizzativi e culturali che spesso impediscono alle persone che vivono in condizioni di vulnerabilità di accedere ai propri diritti sanitari.
«Quello che emerge dal report è un sistema sempre più frammentato, in cui il territorio di residenza, le condizioni economiche e la capacità di orientarsi nel sistema sanitario incidono concretamente sulle possibilità di cura. Le differenze negli screening oncologici, nei tempi di accesso, nella disponibilità di reti oncologiche realmente operative e nella mobilità sanitaria mostrano come oggi il diritto alla salute non sia garantito in modo uniforme nel Paese – spiega Mario Braga, Vicepresidente di Medici del Mondo Italia. Il rischio è che si consolidi ulteriormente un sistema a doppia velocità, dove il pubblico fatica a rispondere ai bisogni e quote crescenti di assistenza vengono assorbite dal privato. È un meccanismo che rischia di alimentare ulteriormente le disuguaglianze: invece di investire strutturalmente sul rafforzamento del SSN, si continua a compensarne le fragilità trasferendo risorse verso il sistema privato accreditato».
«Per Medici del Mondo Italia la difesa della salute pubblica e del Servizio Sanitario Nazionale è il punto di partenza imprescindibile per poter parlare di salute universalistica, che non lasci indietro o esclusa nessuna persona. Oggi il tema del SSN riguarda tutte e tutti: riguarda chi rinuncia alle cure, chi deve spostarsi per curarsi, chi attendere mesi per una visita o un esame diagnostico, ma anche il personale sanitario che lavora in condizioni sempre più difficili - dichiara Elisa Visconti, Direttrice di Medici del Mondo Italia. Per questo rivolgiamo un appello a tutte le forze politiche, al di là delle appartenenze, affinché il diritto alla salute torni ad essere una priorità concreta dell’agenda pubblica. Se si trovano le risorse per aumentare altre voci strategiche di spesa, a partire da quelle militari, devono essere trovate anche quelle necessarie per garantire un Servizio Sanitario Nazionale realmente universale, accessibile ed efficace. Difendere il SSN significa difendere un diritto fondamentale e il principio stesso di coesione sociale del nostro Paese».
Con questo report, Medici del Mondo Italia prosegue il lavoro di documentazione e denuncia delle disuguaglianze nell’accesso alla salute, avviato negli anni scorsi con un focus sul tema dell’interruzione volontaria di gravidanza, ampliando il campo di analisi per contribuire al dibattito pubblico sul futuro del Servizio Sanitario Nazionale e fornire uno strumento di confronto tra istituzioni, personale sanitario, associazioni e società civile.
Il report completo “La misura della disuguaglianza. Crisi del Servizio Sanitario Nazionale e divari nell’accesso alla prevenzione e alle cure oncologiche in Italia” è disponibile sul sito di Medici del Mondo Italia.
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