A cura di Alessandra Morgagni - Il costo del multilateralismo: perchè l'ONU ha bisogno di una riforma finanziaria

Le Nazioni Unite stanno attraversando una fase di crescente fragilità finanziaria, accentuata dal recente ritiro degli Stati Uniti da diversi enti e programmi internazionali. Questa decisione ha riportato l’attenzione sulla cronica insufficienza delle risorse a disposizione dell’organizzazione, un problema che il German Institute of Development and Sustainability ha analizzato nel rapporto Financing the United Nations: status quo, challenges and reform options (2024).
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Con il recente ritiro degli Stati Uniti da diverse agenzie e programmi internazionali, le Nazioni Unite hanno riportato l’attenzione sulla crescente mancanza di fondi necessari per svolgere le proprie funzioni. Nell’aprile 2024 il German Institute of Development and Sustainability ha pubblicato lo studio Financing the United Nations: status quo, challenges and reform options, che analizza la provenienza dei finanziamenti — quasi interamente forniti dagli Stati membri — e mette in luce le sfide economiche che influiscono sull’azione dell’ONU, in particolare sulle sue agenzie e sui suoi programmi.

Finanziare l’ONU è un processo complesso, perché l’organizzazione è il risultato di un’evoluzione che ha seguito nel tempo i bisogni urgenti e gli interessi degli Stati membri. Alla sua fondazione nel 1945, non si parlava ancora di temi come l’assistenza allo sviluppo o il cambiamento climatico, che oggi rappresentano, insieme al mantenimento della pace, alcuni dei principali ambiti di intervento. La Carta delle Nazioni Unite all’articolo 17 stabilisce che il bilancio debba essere approvato dall’Assemblea Generale. Le spese vengono sostenute attraverso tre canali: contributi ordinari, contributi volontari e altre risorse.

I contributi ordinari sono obbligatori, vengono pagati dagli Stati membri e sono calcolati in base alla capacità economica di ciascun Paese. Le spese per le operazioni di mantenimento della pace sono trattate separatamente dal bilancio ordinario e prevedono aliquote maggiori per i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. I contributi volontari, invece, sono erogati a discrezione del donatore, che può decidere quando, quanto e per quale scopo finanziare. Questa natura discrezionale può risultare problematica, perché consente ai donatori di influenzare l’allocazione delle risorse all’interno dell’agenda ONU, rendendo l’organizzazione dipendente dalle priorità dei singoli finanziatori. Infine, con il termine “altre risorse” si intendono finanziamenti che non provengono direttamente o indirettamente dai governi, come donazioni di beneficenza da parte di individui o fondazioni filantropiche. Anche in questo caso, lo studio evidenzia il rischio di un’influenza eccessiva da parte dei donatori.

Il documento sottolinea una discrepanza significativa tra ciò che gli Stati membri si aspettano dal sistema delle Nazioni Unite e le risorse che effettivamente forniscono per permettere all’organizzazione di svolgere le proprie funzioni. Se la rilevanza dell’ONU fosse misurata sulla base delle risorse che riceve, il quadro sarebbe preoccupante: negli ultimi anni i contributi obbligatori sono stati inferiori rispetto ai contributi volontari, aumentando l’influenza e la discrezionalità dei principali donatori.

Oltre a ciò, lo studio evidenzia tre criticità principali: l’inadeguatezza delle risorse, la complessità e la frammentazione del sistema delle Nazioni Unite, e la scarsa corrispondenza tra le modalità di finanziamento e le funzioni previste dall’organizzazione. In merito alla crescente decentralizzazione, è utile ricordare che inizialmente tutti i finanziamenti e le relative valutazioni passavano attraverso l’Assemblea Generale o le sedi centrali, mentre oggi ogni agenzia dispone di un proprio ufficio dedicato alla mobilitazione delle risorse. Sebbene la frammentazione possa rappresentare un vantaggio, perché crea un sistema più resiliente e capace di assorbire meglio le tensioni politiche, essa può anche generare difficoltà nel concentrarsi su priorità comuni, spingendo i donatori a vincolare i fondi per orientare l’agenda.

Lo studio mette in luce la necessità di riformare il finanziamento delle Nazioni Unite, tema tornato prioritario proprio con la decisione del ritiro degli Stati Uniti, uno dei principali Stati finanziatori. Le proposte sono principalmente tre. La prima consiste nel rivalutare il contributo obbligatorio, stabilendo un minimo e introducendo nuovi indicatori (ad esempio la vulnerabilità di uno Stato ai cambiamenti climatici). Nel corso degli anni sono state avanzate proposte per migliorare la disciplina dei pagamenti, visti i continui ritardi da parte degli Stati membri nel rispettare le scadenze: tra queste, la possibilità di perdere il diritto di voto all’interno dell’Assemblea Generale, l’introduzione di sanzioni oppure sconti per gli Stati che rispettano i pagamenti. Un miglioramento del sistema dei contributi obbligatori ridurrebbe la dipendenza dai contributi volontari. La seconda proposta riguarda l’implementazione di tasse internazionali che potrebbero fornire all’ONU una fonte di reddito stabile; tuttavia, applicare tasse e imposte su scala globale non è una misura semplice da adottare. Infine, la terza proposta prevede il miglioramento del sistema delle donazioni, in particolare del sito web dell’organizzazione, che attualmente non offre uno strumento adeguato per permettere agli individui di contribuire.

In conclusione, il futuro del sistema ONU dipenderà dalla capacità degli Stati membri di riconoscere che un’organizzazione chiamata a gestire crisi globali, dai conflitti armati al cambiamento climatico, non può basarsi su risorse instabili o su finanziamenti condizionati. Una riforma del modello di finanziamento non è soltanto auspicabile, ma necessaria per garantire che l’ONU possa continuare a svolgere il proprio ruolo in modo efficace, indipendente e realmente multilaterale.

Ufficio Stampa

Alessandra Morgagni
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cassandramorgagni@gmail.com

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