Sangue, alberi e risperidone: "Gli alberi parlano di notte" di Angela Maria Diano tra noir e romanzo d'amore

Quando si parla di letteratura poliziesca italiana al femminile, i punti di riferimento abituali rimandano a nomi come Gianrico Carofiglio o Massimo Carlotto sul versante maschile, o a voci come quelle di Cristina Cassar Scalia per quanto riguarda il noir al femminile al Sud.
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Angela Maria Diano si muove in un territorio simile ma con caratteristiche proprie: la sua scrittura ha un'andatura meno scattante ma più riflessiva, con una cura per il dettaglio ambientale e psicologico che ricorda certe pagine di Simonetta Agnello Hornby nei romanzi siciliani. "Gli alberi parlano di notte" è il secondo capitolo del suo ciclo dedicato al capitano Testa, biologo prima che investigatore, e questo si vede nel modo in cui tratta il dato scientifico come elemento narrativo, non come ornamento.

La scena dell'autopsia della giovane Marilena, con la dottoressa Ferri che chiude gli occhi davanti al corpo prima di iniziare il lavoro, è uno dei momenti più belli del romanzo: «Ha mai sentito parlare di neuroni a specchio? Quando si attivano in me, sento in maniera spropositata il dolore dell'altro. Anche di un cadavere.» Una frase che da sola vale molte pagine. Il romanzo si biforca tra l'indagine su Marilena e la verità nascosta sull'attentato in cui Clara è presumibilmente morta, intrecciando narcotraffico, 'Ndrangheta e spionaggio. Un'architettura ambiziosa che regge per la maggior parte del libro.

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Ufficio Stampa

Cristiano Romanelli
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cris.autore@hotmail.it

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