Fanghi in agricoltura: il nuovo decreto notificato all'UE rischia di paralizzare la filiera del recupero
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L'Italia ha compiuto un passo decisivo verso il riordino della gestione dei fanghi di depurazione, notificando ufficialmente alla Commissione europea, lo scorso 6 ottobre 2026, lo schema di decreto legislativo attuativo della delega conferita dall'articolo 71 della legge n. 182/2025.
Il provvedimento è destinato a mandare in pensione il vecchio e vetusto D.Lgs. 99/1992, rimasto in vigore per ben 34 anni.
Tuttavia, l'inasprimento drastico dei parametri qualitativi rischia di innescare un cortocircuito normativo e di bloccare l'intera filiera del recupero.
Il nodo gordiano che allarma gli operatori del settore riguarda la sostenibilità tecnica dei nuovi limiti imposti per lo spandimento e il recupero agronomico.
Si rischia infatti di fermare l'intera filiera che gestisce oltre un milione di tonnellate di fanghi prodotti dai depuratori delle acque reflue. Molti di questi quantitativi, attualmente conferiti con successo in agricoltura, potrebbero non soddisfare i nuovi requisiti di qualità previsti dalla bozza.
Il caso dello Zinco rappresenta l'esempio più emblematico e critico delle rigidità introdotte dallo schema di decreto.
Il nuovo testo prevede infatti un vero e proprio crollo del limite massimo consentito per lo spandimento e il recupero agronomico: la soglia massima passa dai 2.500 mg/kg prescritti dal D.Lgs. 99/1992 ad appena 300 mg/kg.
Si tratta di un abbattimento dell'88% rispetto ai valori attualmente in vigore, un taglio di tale entità da risultare tecnicamente inavvicinabile per la stragrande maggioranza dei fanghi di depurazione prodotti in Italia.
Lo zinco è infatti un microelemento naturalmente presente sia nella dieta umana sia nelle acque reflue civili; ridurre la soglia a livelli così esigui significa sbarrare le porte degli impianti di trattamento e recupero alla quasi totalità delle matrici in ingresso.
A subire le conseguenze dirette di questa stretta sarebbe la gestione delle reflue urbane affidata alle multiutility e ai gestori del Servizio Idrico Integrato.
Attualmente, centinaia di migliaia di tonnellate di fanghi derivanti dai depuratori civili vengono sottratte alla discarica o all'incenerimento grazie a processi tecnologici e chimico-fisici di ultima generazione. Attraverso trattamenti avanzati — come l'idrolisi e la produzione dei cosiddetti gessi di defecazione da fanghi — questi scarti vengono trasformati in preziosi correttivi e fertilizzanti per il suolo.
In Italia, la sola filiera dei gessi di defecazione vale oggi una produzione di quasi 500 mila tonnellate all'anno.
Questo comparto garantisce all'agricoltura convenzionale un apporto fondamentale di sostanza organica, calcio e zolfo, riducendo al contempo la dipendenza dai concimi chimici di sintesi, i cui prezzi e approvvigionamenti risentono fortemente delle tensioni geopolitiche internazionali.
L'impossibilità di rispettare un limite così stringente rischia dunque di innescare un effetto domino devastante:
- Per le multiutility e i depuratori: il blocco delle opzioni di recupero agronomico genererebbe un'emergenza gestionale immediata, con l'incapacità di smaltire i fanghi prodotti e l'inevitabile impennata dei costi di gestione che ricadrebbero sulle tariffe del servizio idrico.
- Per il settore agricolo: la perdita di mezzo milione di tonnellate annue di fertilizzanti naturali a chilometro zero, essenziali per contrastare la desertificazione e l'impoverimento organico dei suoli italiani.
Imporre una soglia di 300 mg/kg per lo zinco senza coordinare la normativa dei fanghi con quella dei prodotti fertilizzanti rischia così di spezzare un circolo virtuoso di economia circolare e filiera corta, trasformando un'eccellenza industriale e ambientale in una perenne emergenza gestionale.
L'invio del testo a Bruxelles ha ufficialmente aperto il periodo di "stand-still" previsto dalla procedura di notifica sulle regole tecniche. Per i prossimi tre mesi, le istituzioni europee e gli Stati membri esamineranno la bozza italiana per accertare che le restrizioni non introducano barriere commerciali ingiustificate, pur tutelando gli standard ambientali.
Tuttavia, se il legislatore nazionale non interverrà per correggere o modulare l'impatto di soglie così restrittive — o per chiarire il raccordo con i processi industriali di trasformazione in fertilizzanti — il rischio concreto è che la transizione ecologica si traduca in un blocco operativo degli impianti, vanificando gli obiettivi stessi dell'economia circolare.
Ufficio Stampa
Inarch4.0
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