Arte e Cultura
Stefano Durante riscrive il senso di “OK BOOMER”
Eccoci qui, Stefano. Quali tratti psicologici ritieni caratteristici dei Boomer come gruppo sociale?
È una domanda che mi fanno spesso, e continuo a rispondere con tre parole: rivoluzionari, innovatori e sognatori.
Dal punto di vista psicologico, i Boomer sono stati una generazione profondamente rivoluzionaria: hanno messo in discussione autorità, ruoli sociali, modelli familiari e culturali come nessun’altra generazione del Novecento. A questo si è accompagnata una forte spinta innovativa, non solo tecnologica ma soprattutto mentale: l’idea che il futuro potesse e dovesse essere diverso dal passato.
E poi c’è l’aspetto dei sognatori, che ha una doppia faccia. Da un lato la capacità autentica di immaginare un mondo più giusto, più libero, più aperto. Dall’altro l’illusione – umanissima – che quel cambiamento potesse essere definitivo, irreversibile. In questa tensione tra visione e disincanto sta forse il tratto psicologico più profondo dei Boomer.
Perché ritieni che la curiosità sia il loro tratto più “giovane”?
Perché la curiosità è sempre stata il motore di quella generazione.
I Boomer, in quanto innovatori, rivoluzionari e sognatori, sono stati spinti in avanti da una curiosità innata verso il nuovo, verso ciò che ancora non esisteva. È una qualità tipica di chi immagina il futuro prima ancora di abitarlo, ed è una caratteristica comune a tutte le vere spinte innovative.
Ma la curiosità è anche, più in generale, il tratto distintivo di ogni giovane, indipendentemente dall’età anagrafica. È uno stato mentale: finché si è curiosi si resta giovani, quando la curiosità si spegne ci si ancora al passato e si invecchia davvero.
Credo che questo sia un tratto dei Boomer spesso non riconosciuto, a volte interpretato erroneamente come nostalgia. In realtà citare il passato non significa viverci dentro: può voler dire usarlo come strumento per capire il presente e continuare a interrogare il futuro. Sono due cose profondamente diverse.
Cosa accade quando una generazione si vede etichettata in modo semplicistico?
Accade esattamente ciò che succede a una persona quando viene ridotta a un’etichetta: si attivano meccanismi di difesa.
Di fronte a una semplificazione ingiusta o svalutante, una generazione può reagire in due modi principali: con l’attacco o con la fuga. C’è chi risponde irrigidendosi, contro-attaccando, delegittimando a sua volta l’interlocutore; e c’è chi interrompe il dialogo, si chiude, rinuncia al confronto e restituisce l’etichetta sotto forma di stereotipo opposto.
In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: il dialogo si spezza. L’etichetta semplifica, ma non chiarisce; rassicura chi la usa, ma impoverisce la comprensione reciproca. E quando una generazione smette di parlare con un’altra, non perde solo il confronto: perde la possibilità di capirsi e di evolvere insieme.
È possibile costruire un dialogo intergenerazionale più sano? Da dove si comincia?
Non solo è possibile: è indispensabile. E non solo “sano”, ma anche estremamente fruttuoso.
Un dialogo intergenerazionale funziona quando si parte dal rispetto reciproco e dalla consapevolezza che non esistono generazioni migliori di altre, ma generazioni diverse, ciascuna figlia del proprio tempo storico, sociale e culturale.
Quando si smette di competere e si comincia ad ascoltarsi, diventa possibile far emergere il meglio di ogni esperienza: la memoria, la visione, l’energia, la capacità di immaginare e quella di ricordare. È lì che il dialogo smette di essere uno scontro e diventa uno scambio reale, capace di produrre qualcosa di nuovo per tutti.
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