A tu per tu con Antonello De Pierro su Pomezia, città trattata come colonia senza diritti

A tutto campo con il giornalista e presidente dell'Italia dei Diritti-De Pierro. Dal "giallo" istituzionale sul Ponte D smascherato in diretta Facebook fino all’inferno di Via Naro. "Il nostro sindacato ispettivo esterno fa tremare i palazzi del potere. Pronti alla mobilitazione sotto la Città Metropolitana. E a Pomezia stiamo valutando di presentare la nostra lista"
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Pomezia - All'indomani dei concitati eventi dell'assemblea pubblica di Campo Ascolano e della successiva azione di denuncia sul dissesto di Via Naro, abbiamo incontrato Antonello De Pierro. Il presidente dell'Italia dei Diritt-De Pierroi, forte del suo storico background da giornalista d'inchiesta, specie nei 10 anni trascorsi come direttore di Radio Roma,  e di una risonanza mediatica straordinaria sui social network, traccia in questa intervista un bilancio impietoso dello stato in cui versa l'amministrazione di Pomezia. Tra clamorosi retroscena istituzionali svelati in diretta, l'efficacia del "metodo De Pierro" e la promessa di una battaglia senza quartiere al fianco dei cittadini esasperati, ecco il resoconto integrale di un confronto senza filtri.

Presidente De Pierro, partiamo dall'assemblea di martedì 14 luglio a Campo Ascolano. Lei ha assistito a una protesta vibrante, a tratti caotica. Che cosa ha provato trovandosi in mezzo a quella folla esasperata?

«Ho provato una profonda tristezza mista a una fortissima indignazione. Ma, mi lasci dire, nessuna sorpresa. Quello a cui ho assistito alla parrocchia di Campo Ascolano è il naturale e inevitabile approdo di anni di totale abbandono istituzionale. Quando le istituzioni decidono di arroccarsi nei propri uffici, ignorando i protocolli, le richieste scritte, le diffide e le grida di aiuto di chi vive il territorio, la rabbia sociale è l'unica conseguenza possibile.

Vedere genitori preoccupati per come accompagneranno i figli a scuola a settembre, pendolari che vedono la propria qualità della vita disintegrata da deviazioni assurde, e commercianti ridotti sul lastrico per quella che è ormai la terza stagione balneare consecutiva letteralmente gettata al vento, è una ferita aperta nel cuore del vivere civile. Io e l’Italia dei Diritti eravamo lì proprio per questo: per dire a queste persone, con la nostra presenza fisica, che non sono sole, che la loro rabbia è sacrosanta e che noi siamo pronti a trasformare questa disperazione in una battaglia politica e legale senza sconti per nessuno».

Durante l'assemblea il Suo vice responsabile locale Orazio Patanè ha tenuto un discorso durissimo ma estremamente lucido, applaudito da tutti i presenti. Lei ha poi scelto di non intervenire pubblicamente dal vivo, ma di avviare una diretta sulla Sua pagina Facebook. Perché questa scelta strategica?

«Orazio Patanè è stato straordinario. Ha parlato con la precisione di chi vive e respira il territorio ogni giorno, denunciando un’attesa di due anni e mezzo che definire inaccettabile è un eufemismo. Ricordo che Orazio è stato il primissimo a sollevare mediaticamente questo scandalo, supportato dall'ottimo lavoro della nostra segreteria provinciale guidata da Carlo Spinelli, che ha tempestivamente inviato una durissima comunicazione formale alla Città Metropolitana. Quando la voce dell'Italia dei Diritti è già così forte, limpida e autorevole sul territorio, io come presidente nazionale non ho bisogno di salire sul pulpito per prendermi la scena. Il mio compito era un altro.

Ho scelto di fare ciò che so fare meglio: il giornalista d'inchiesta e d'assalto. Ho preso il mio smartphone e ho aperto una finestra sul mondo attraverso la mia pagina Facebook. Con oltre 260.000 follower, una platea enorme che mi colloca a oggi al 57° posto nella classifica dei politici italiani più seguiti, ben al di sopra di leader nazionali come Tajani, Fratoianni o Bonelli, ho voluto dare ai cittadini di Pomezia un megafono di portata nazionale. Volevo che l'Italia intera vedesse in diretta cosa stava accadendo in quella sala. E la storia ci ha dato ragione, perché proprio in quella diretta è crollato il castello di carte delle giustificazioni della sindaca circa i documenti afferenti ai lavori del Ponte D. La competenza dei lavori non è del Comune di Pomezia, ma della Città Metropolitana, e pertanto c'era poco da giustificarsi. Però dichiarare di aver fatto il possibile ma purtroppo di non avere i documenti ci è sembrato perlomeno singolare. Se io faccio il sindaco dovrei sentire il dovere di accedere agli atti di un lavoro che viene posto in essere sul territorio di mia competenza. Forse ha fatto anche male a parlare di documenti. E' stato superfluo. Se avesse dichiarato solo la sua incompetenza, e magari il suo impegno a vigilare, non avrebbe instillato alcun dubbio alla platea. E probabilmente pur parlando di non possesso di documenti la cosa ssarebbe passata lo stesso inosservata. Ma in quella platea c'era qualcuno che è a capo di un movimento nazionale con tanti consiglieri eletti e conosce bene il funzionamento della macchina amministrativa, che ha a che fare quotidianamente con accessi agli atti, interrogazioni e tutto ciò che è riconducibile al sindacato ispettivo previsto dal munus consiliare. E soprattutto sa che un sindaco, interessato al territorio cerca di acquisire ogni singolo atto su quanto avviene nell'area ricadente nella sua giurisdizione, ancorché per attività non direttamente riconducibili alla sua sfera competenziale. Non è un obbligo per carità, ma sentir dire che si è fatto quanto nelle proprie possibilità, aggiungendo poi di non avere i documenti, è qualcosa che è comunque in insanabile conflitto con la logica deduttiva e difficilmente può sfuggire a chi ha un minimo di sensibilità amministrativa».

Ecco, veniamo proprio al momento clou della sua diretta. Si è consumato un vero e proprio "giallo" normativo e istituzionale sul possesso dei documenti d'appalto del ponte. Ci racconta come sono andate le cose dal Suo punto di vista?

«È stato un momento di imbarazzo istituzionale per chi amministra Pomezia. La sindaca Veronica Felici ha iniziato a parlare cercando di difendersi con la classica retorica dello scaricabarile, anche se in questo caso effettivamente, almeno sotto il piano gestionale dei ritardi,  la sua competenza era zero :"Non è di mia competenza, io più di così non potevo fare". Fin qui, il solito copione della politica difensiva. Ma poi ha pronunciato una frase quantomeno singolare: ha dichiarato pubblicamente di non avere i documenti e gli atti dei lavori del Ponte D, lasciando intendere che non le fosse possibile conoscerne le dinamiche precise.

Lì è scattato il mio istinto professionale. Mi sono chiesto: com’è possibile che il primo cittadino di una città di 65.000 abitanti assista passivamente al blocco di un'arteria vitale del proprio territorio senza pretendere di vedere le carte? L'ho incalzata direttamente mentre trasmettevo. La sindaca, visibilmente in difficoltà, ha preferito posare il microfono e interrompere il discorso. Da lì a poco, una cittadina ha provato a difendere quella tesi dicendo che i documenti erano stati negati persino a un consigliere "provinciale". E qui il giallo si è infittito, perché per me, che mastico diritto amministrativo e degli enti locali da una vita, quella frase suonava come una bestemmia giuridica».

Perché "una bestemmia giuridica"? Ci spieghi la questione legata all'articolo 43 del TUEL

«È semplicissimo. L’articolo 43, comma 2, del Testo Unico degli Enti Locali (Tuel) parla chiaro: i consiglieri comunali e provinciali hanno il diritto inalienabile di ottenere dagli uffici dell'ente tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all'espletamento del proprio mandato, senza che possa essere opposto loro il segreto d'ufficio, ed entro un termine massimo di 30 giorni. È il cardine del sindacato ispettivo previsto dal munus pubblico.

Se davvero un consigliere metropolitano avesse chiesto gli atti e questi gli fossero stati negati, saremmo stati di fronte a una violazione di legge clamorosa. Così ho deciso di andare alla fonte e ho interpellato direttamente sul posto Manuela Chioccia, consigliera delegata alla Viabilità di Città Metropolitana. La sua risposta ha squarciato il velo dell'incertezza: ha dichiarato che a lei non era mai arrivata nessuna richiesta formale di accesso agli atti ex art. 43 da parte di consiglieri metropolitani. E ha aggiunto che nemmeno la sindaca di Pomezia aveva mai chiesto formalmente quella documentazione».

Quindi l'arcano è stato svelato?

«Esatto, svelato nel giro di pochi minuti. Prima di tutto, si è scoperto che il presunto "consigliere provinciale" a cui erano stati negati gli atti era in realtà un consigliere comunale di Pomezia. Ovviamente, un consigliere comunale non ha titolo per esercitare i poteri ispettivi ex art. 43 direttamente sugli uffici di un altro ente come la Città Metropolitana; quindi è perfettamente legittimo che gli uffici metropolitani non gli abbiano consegnato le carte.

Ma la verità più amara è emersa a telecamere spente, quando la sindaca Felici, nuovamente incalzata, ha dovuto ammettere la realtà: non è vero che la Città Metropolitana le ha negato i documenti. La verità è che lei non li ha mai chiesti! Si è giustificata dicendo di "non averlo ritenuto opportuno" perché sembrava che i lavori dovessero riprendere da un momento all'altro. Una figura non proprio ottimale Prima dichiari pubblicamente che non ti danno i documenti per giustificare la tua inerzia, e poi si scopre che sei tu che non hai fatto mezza richiesta formale per tutelare i tuoi concittadini. Davvero un comportamento inaccettabile a nostro avviso per chi indossa la fascia tricolore».

Lei in chiusura di assemblea ha promesso che l'Italia dei Diritti-De Pierro non si fermerà al Ponte D, ma sposterà l'attenzione anche su un'altra ferita aperta di Pomezia: Via Naro. Qual è la situazione lì?

«Via Naro è un vero e proprio inferno a cielo aperto. Parliamo di una delle arterie principali della zona industriale, una strada ad altissima densità di traffico pesante. Il manto stradale è ridotto in condizioni che non esito a definire post-belliche: buche profonde, dislivelli continui, voragini non asfaltate. Quando i Tir transitano su questo colabrodo, l'impatto produce un frastuono assordante e vibrazioni continue, sismiche, che si propagano giorno e notte nelle case dei residenti. C'è gente esasperata che non riesce più a dormire. Ci sono segnalazioni di lesioni strutturali nate sui muri di alcune abitazioni a causa di questo continuo scuotimento.

L'Italia dei Diritti si è mossa da tempo su questo fronte. Abbiamo sollecitato le telecamere di Canale 10, che sono venute sul posto a documentare questa vergogna. Io stesso, insieme a Orazio Patanè, sono stato intervistato. Ricordo che erano circa le 15:00 ed è stato difficilissimo persino registrare le interviste: dovevamo interromperci ogni trenta secondi perché il rumore dei Tir che sobbalzavano sulle buche copriva le nostre voci. In quell'occasione dissi una cosa che ribadisco: nemmeno in Somalia ci sono strade ridotte in questo stato. E il silenzio dell'amministrazione comunale su questo scempio è irricevibile».

A proposito di quel servizio di Canale 10 e dell'attenzione mediatica, è emerso un fatto piuttosto curioso. Nei giorni scorsi, in alcuni comunicati e ambienti locali, lei è stato definito come un "non identificato influencer proveniente da Ostia". Come risponde a questa etichettatura?

«(Ride, ndr) Guardi, se non ci fosse da piangere per la superficialità di certi personaggi, ci sarebbe da ridere di gusto. Definire il presidente nazionale di un movimento politico ampiamente radicato sul territorio italiano, un giornalista con decenni di carriera alle spalle, come un "non identificato influencer di Ostia", tra l'altro sbagliando anche quartiere, visto che risiedo felicemente all'Infernetto, dimostra tutta la pochezza, la distrazione e la disperata miopia di una certa politica locale.

Questi signori pensano che sminuendo l'avversario con etichette ridicole possano cancellare i loro fallimenti. La sindaca Felici ha affermato di non conoscere me e il movimento. E allora io le chiedo: dov'era la sindaca quando l'Italia dei Diritti denunciava un giorno sì e l'altro pure le criticità di Pomezia? Dov'era quando Canale 10 ha trasmesso il servizio di denuncia su Via Naro, intervistando il sottoscritto e interpellando ufficialmente, per il doveroso diritto di replica, proprio gli uffici del Comune di Pomezia? È possibile che un sindaco, o chi per lei, non senta il dovere politico e civico di visionare un servizio giornalistico di una primaria emittente locale che accusa la sua amministrazione di lasciare i cittadini nell'inferno di Via Naro? Se non mi conosce, è perché ha probabilmente deciso di girarsi dall'altra parte rispetto ai problemi reali della sua città».

Questa vicenda sembra confermare la forza di quello che viene definito il "Metodo De Pierro": fare opposizione dura ed efficace pur non stando all'interno del consiglio comunale. È questo il segreto dell'Italia dei Diritti-De Pierro?

«Assolutamente sì. Il "Metodo De Pierro" si fonda su un concetto rivoluzionario per la politica odierna: il sindacato ispettivo esterno asfissiante e la politica di prossimità. Chi l'ha detto che per difendere i cittadini bisogna per forza sedere su una poltrona in consiglio comunale, magari rassegnandosi ai giochi di palazzo o alla pigrizia delle aule consiliari? I nostri coordinatori locali, i nostri militanti e i nostri "consiglieri ombra" monitorano il territorio metro per metro.

Noi studiamo le carte, verifichiamo la legittimità degli atti, usiamo la stampa, le dirette social, le diffide formali. Controlliamo la virtuosità dell'azione pubblica da fuori, con il fiato sul collo degli amministratori. E questo metodo sta pagando ovunque in Italia con risultati straordinari. La vera opposizione a Pomezia oggi non la fanno i partiti tradizionali seduti in consiglio; la fa l'Italia dei Diritti sulla strada, tra la gente».

Alla luce di tutto questo, quali sono i prossimi passi del movimento a Pomezia? Dobbiamo aspettarci una vostra discesa in campo alle prossime elezioni comunali?

«Lo dico chiaramente: di fronte al quadro desolante di un'amministrazione comunale che si mostra incapace di dare risposte esaustive a criticità storiche come Campo Ascolano e Via Naro, all'interno del movimento stiamo seriamente valutando l'ipotesi di presentare una lista ufficiale "Italia dei Diritti-De Pierro" alle prossime elezioni comunali di Pomezia. C'è bisogno di una forza sana, competente e coraggiosa che rimetta al centro i diritti fondamentali della persona.

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