Daemon di Motus, con Enrico Casagrande e Alexia Sarantopoulou, a Pesaro per la rassegna TeatrOltre,
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TeatrOltre, festival ideato e realizzato all’insegna della multidisciplinarietà dall’AMAT con 10 Comuni del territorio marchigiano, palcoscenico ampio per le più importanti esperienze dei linguaggi contemporanei giunto alla ventunesima edizione. ha visto la sua chiusura alla Chiesa dell’Annunziata con la Compagnia Motus in Daemon, con Enrico Casagrande e Alexia Sarantopoulou, regia e drammaturgia di Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande.
MOTUS, una compagnia teatrale internazionale attiva dal 1991, nota per il linguaggio radicale e per l'esplorazione di tematiche legate all'identità, alla ribellione e alla trasformazione sociale, con "Daemon" si ispira al Frankenstein di Mary Shelley, a uno dei tanti termini negativi con cui la scrittrice chiama la creatura (𝙈𝙞𝙨𝙚𝙧𝙖𝙗𝙡𝙚 𝙈𝙤𝙣𝙨𝙩𝙚𝙧 – 𝘿𝙚𝙢𝙤𝙣𝙞𝙖𝙘𝙖𝙡 𝙘𝙤𝙧𝙥𝙨𝙚 – 𝙃𝙞𝙙𝙚𝙪𝙨 – 𝙐𝙜𝙡𝙮 – 𝘿𝙚𝙫𝙞𝙡 – 𝙑𝙞𝙡𝙚 𝙞𝙣𝙨𝙚𝙘𝙩 – 𝘿𝙖𝙚𝙢𝙤𝙣 – �𝙗𝙝𝙤𝙧𝙧𝙚𝙙 𝙢𝙤𝙣𝙨𝙩𝙚𝙧 – 𝙒𝙧𝙚𝙩𝙘𝙝𝙚𝙙 𝙙𝙚𝙫𝙞𝙡 – �𝙗𝙝𝙤𝙧𝙧𝙚𝙙 𝙙𝙚𝙫𝙞𝙡 – 𝘿𝙚𝙩𝙚𝙨𝙩𝙚𝙙 𝙛𝙤𝙧𝙢 – 𝙊𝙙𝙞𝙤𝙪𝙨 𝙘𝙤𝙢𝙥𝙖𝙣𝙞𝙤𝙣 – 𝙋𝙤𝙤𝙧, 𝙝𝙚𝙡𝙥𝙡𝙚𝙨𝙨, 𝙢𝙞𝙨𝙚𝙧𝙖𝙗𝙡𝙚 𝙬𝙧𝙚𝙩𝙘𝙝 – 𝙈𝙞𝙨𝙚𝙧𝙖𝙗𝙡𝙚, 𝙪𝙣𝙝𝙖𝙥𝙥𝙮 𝙬𝙧𝙚𝙩𝙘𝙝 – 𝙃𝙞𝙙𝙚𝙤𝙪𝙨 𝙢𝙤𝙣𝙨𝙩𝙚𝙧 – 𝙐𝙜𝙡𝙮 𝙬𝙧𝙚𝙩𝙘𝙝 – 𝙁𝙞𝙚𝙣𝙙- 𝙈𝙮 𝙛𝙞𝙚𝙣𝙙𝙞𝙨𝙝 𝙚𝙣𝙚𝙢𝙮 – 𝙈𝙞𝙨𝙚𝙧𝙖𝙗𝙡𝙚 𝙛𝙞𝙚𝙣𝙙 – 𝙎𝙘𝙤𝙛𝙛𝙞𝙣𝙜 𝙙𝙚𝙫𝙞𝙡 – 𝙏𝙧𝙚𝙢𝙚𝙣𝙙𝙤𝙪𝙨 𝙗𝙚𝙞𝙣𝙜 – 𝙃𝙮𝙥𝙤𝙘𝙧𝙞𝙩𝙞𝙘𝙖𝙡 𝙛𝙞𝙚𝙣𝙙…).
"In questo luogo senza linguaggio la mia rabbia è un delirio silenzioso", Motus esplora il momento in cui la Creatura, inizialmente incantata dalla bellezza del mondo e dagli esseri umani, si scopre irrimediabilmente estranea, respinta e condannata all'isolamento. Motus traduce questa mutazione in una performance visionaria, un'allucinazione in cui il confine tra sogno e realtà si dissolve, evocando il ribaltamento emotivo che trasforma la solitudine in furia, il desiderio in rivolta.
In questa direzione il Daemon di Motus è un esercizio di ricerca, di luce e di suoni che inizia fuori dal teatro, come preludio al secondo movimento (filmico) Frankenstein (a story of hate) che debutterà nell’autunno 2025 a RomaEuropa.
Attraverso immagini potenti, suoni immersivi ( come il "Barriers to Love" di E. Deli Girs) e un linguaggio scenico ipnotico, "Daemon" si interroga sulla condizione di chi è escluso, di chi si riconosce mostro solo perché rifiutato dagli altri, facendo emergere una riflessione sulla trasformazione, sull'identità e sulla necessità di ridefinire se stessi al di fuori degli schemi im
Nella ricerca sulle origini dell’odio e dell’inestimabile dolore a esso inevitabilmente connesso – perché chi odia non è mai felice – Shelley traccia una nuova geografia del terrore, che troppo risuona oggi, in questi dark times.

“Non avevo ancora incontrato un essere umano che mi rassomigliasse o rivendicasse un qualche rapporto con me. Cosa significava questo? Chi ero? Che cosa ero? Da dove venivo? Qual era la mia destinazione? Queste domande ritornavano continuamente, ma non ero in grado di dar loro una risposta”. Poi, nella tasca della giacca, che aveva preso con sé fuggendo dal laboratorio, il mostro trova il diario di Victor Frankenstein, e apprende i particolari della sua creazione: “Stavo male mentre leggevo. L’accresciuta conoscenza non faceva ora che mostrarmi più chiaramente che infelice reietto io fossi”. Nella tasca della giacca, che aveva preso con sé fuggendo dal laboratorio, il mostro trova il diario di Victor Frankenstein, e apprende i particolari della sua creazione: «Stavo male mentre leggevo. L’accresciuta conoscenza non faceva ora che mostrarmi più chiaramente che infelice reietto io fossi». Dopo aver appreso la propria storia e sperimentato il rifiuto di tutti quelli di cui aveva cercato la compagnia, la vita della creatura prende una piega oscura. «I miei sentimenti erano solo di rabbia e di vendetta», dichiara il mostro. Questa performance racconta anche del momento, di quel terribile click che fa convertire l’amore in odio, la benevolenza in violenza; di quell’inceppo del meccanismo amoroso che provoca un ribaltamento dalle conseguenze irreversibili. È focalizzata infatti sul “divenir cattivo” della creatura: su come un essere senza identità, senza storia, solo come un cervo, inseguito, fa mondo a sé e si ribella. Come la creatura, Daemon afferma il valore della mostruosità: le domande miltoniane che Shelley pone in epigrafe del suo romanzo: «Ti ho chiesto io, creatore, dalla creta / di farmi uomo? Ti ho sollecitato io / a trarmi dall’oscurità?» Con una sola voce, rispondiamo: «No», senza svilirci, perché abbiamo accettato il duro lavoro di ricostruirci secondo le nostre condizioni e anche contro l’ordine naturale, come tutta la comunità queer invita a essere, “alleat* del caos e dell’oscurità da cui sgorga la Natura”.
DAEMON
con Enrico Casagrande e Alexia Sarantopoulou
regia e drammaturgia Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande
luci e video Daniela Nicolò, in collaborazione con Eduard Popescu
fonica Martina Ciavatta
produzione Francesca Raimondi
organizzazione e logistica Shaila Chenet
promozione Ilaria Depari
comunicazione Dea Vodopi
distribuzione internazionale Lisa Gilardino
una produzione Motus in collaborazione con Rimi/Imir-Scenkunst, Norway
con il supporto di Basso Profilo nell’ambito del progetto Support Strucutres
L’abito di Mary Shelley è stato disegnato e indossato da Fiorenza Menni nello spettacolo “L’Idealista Magico”
Ufficio Stampa
Giancarlo Garoia
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