Assamaka, l’inferno dei migranti: l’Italia non può più voltarsi dall’altra parte
Comunicato Precedente
Comunicato Successivo
L'Algeria giustifica le sue azioni con motivazioni di sicurezza e controllo dell’immigrazione irregolare. I migranti, per lo più provenienti dall’Africa subsahariana, vengono arrestati in massa, caricati su camion e portati al confine meridionale, dove vengono semplicemente scaricati. Nonostante i proclami ufficiali, non vi è alcun processo giuridico, alcuna distinzione tra chi fugge da guerre, chi cerca lavoro, chi ha già un permesso temporaneo.
Questa politica di respingimento si colloca in un quadro più ampio: quello di una strategia di “esternalizzazione” delle frontiere che molti Paesi del Nord del mondo, Europa inclusa, hanno progressivamente delegato a Paesi terzi. L’Algeria si presta a questo gioco ambiguo, mostrando al contempo i muscoli all’opinione pubblica interna e fornendo rassicurazioni ai suoi partner occidentali.
Assamaka: non un centro di transito, ma un cimitero di speranze
Ad Assamaka non c’è nulla. Solo sabbia, sole implacabile e tendopoli improvvisate. I migranti arrivano a piedi, spossati, molti feriti, senza cibo né acqua. Alcuni non ce la fanno. Chi sopravvive si trova intrappolato in un limbo dove l’unica alternativa è aspettare — giorni, settimane, a volte mesi — un eventuale rimpatrio volontario o l’intervento di organizzazioni umanitarie. Ma i fondi sono scarsi, e l'afflusso è troppo rapido per essere gestito con efficacia.
Assamaka è l’emblema di un fallimento: politico, morale e strategico. Un luogo dimenticato dove l’umanità si sgretola sotto il sole del Sahara.
Di fronte a questo scenario, l’Italia tace. Eppure, il legame con l’Algeria è stretto. Dopo la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, Roma ha intensificato le sue relazioni con Algeri, diventata primo fornitore di gas. Accordi miliardari, visite diplomatiche, patti strategici. Ma in cambio di energia e stabilità, l’Italia ha chiuso un occhio su tutto il resto: diritti umani, repressione del dissenso, espulsioni indiscriminate.
È ora che questa complicità finisca. L’Italia non può continuare a parlare di “piano Mattei” e di partenariati equi mentre tollera — e indirettamente sostiene — pratiche che violano ogni principio di dignità umana. Se davvero Roma vuole essere un attore credibile in Africa, deve usare la sua influenza per fermare questa catena di deportazioni disumane.
Non bastano le dichiarazioni formali. Servono azioni. L’Italia deve pretendere trasparenza e rispetto dei diritti umani nei rapporti bilaterali con l’Algeria. Può — e deve — subordinare parte dei suoi accordi economici a garanzie concrete: accesso per le ONG, corridoi umanitari, stop ai respingimenti nel deserto. E deve agire anche in sede europea, spingendo affinché l’Unione affronti con coraggio il nodo delle responsabilità condivise nella gestione dei flussi migratori.
Non si tratta solo di migranti, si tratta di esseri umani. Uomini, donne, bambini abbandonati nel nulla, mentre noi firmiamo contratti energetici al riparo delle nostre comodità.
Assamaka può diventare un punto di svolta. Un simbolo, sì del dolore, ma anche della possibilità di invertire la rotta. L’Italia ha gli strumenti per farlo: il peso diplomatico, l’interesse strategico, la rete di cooperazione. Manca solo la volontà politica. E quella si costruisce anche sotto la pressione dell’opinione pubblica, della società civile, dei cittadini che non vogliono più essere complici silenziosi.
L’energia che arriva nei nostri termosifoni non deve portare con sé il peso dei corpi lasciati a morire nel deserto.
È tempo di scegliere da che parte stare.
Marco Baratto




