INTERVISTA- Filippo Conti e la ricerca dell’essenza più vera

Dietro «Il Respiro dell’Eterno» si cela una visione profonda dell’essere umano, in bilico tra incarnazione e ritorno alla sorgente. Conti condivide riflessioni intime e spirituali, esplorando i “veli” dell’identità e offrendo strumenti per riconnettersi con la coscienza universale che permea ogni cosa.
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Filippo, è un piacere averti qui. “Il Respiro dell’Eterno” è molto più di un saggio psicologico: quali insegnamenti possono trarre anche i lettori che si avvicinano per la prima volta alla spiritualità esperienziale?

Grazie, il piacere è mio. Il Respiro dell’Eterno nasce dal desiderio di accompagnare il lettore a guardare oltre la superficie, a ricordare che dentro ognuno di noi esiste una dimensione più ampia, più profonda, che spesso resta inascoltata. Anche chi si avvicina per la prima volta alla spiritualità esperienziale può trovare in queste pagine qualcosa che risuona immediatamente, non tanto come insegnamento, quanto come un risveglio del nucleo più autentico.

Viviamo molto identificati nella forma, nel corpo, nel nostro guscio più denso. E proprio per questo sento che oggi c’è un bisogno urgente, ovvero ricominciare a guardare il cielo, riaprirsi a qualcosa di immensamente più grande, scoprire quell’invisibile che si nasconde dentro di noi. Vorrei quindi, prima di tutto, risvegliare la curiosità, il dubbio, la voglia di esplorare e di andare alla ricerca.

Il libro invita a riconoscere che l’invisibile è reale. Molte persone percepiscono intuizioni, sensazioni sottili, momenti di apertura o sincronicità senza sapere come interpretarli. Il Respiro dell’Eterno offre un linguaggio e una mappa per dare forma a queste esperienze interiori, che spesso viviamo senza rendercene conto.

Aiuta anche a comprendere che siamo molto più del nostro corpo, dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. I corpi sottili, i livelli di coscienza, i gusci interiori non sono realtà che influenzano profondamente la nostra vita quotidiana. Quando iniziamo a vedere questi strati più sottili, la nostra storia interiore si ricompone e trova un senso più ampio.

Un aspetto fondamentale riguarda la morte, spesso la nostra paura più grande. Nel libro la presento come una porta che, se guardata senza il velo del terrore, può diventare la spinta a riconoscere dimensioni più ampie della Coscienza e a risvegliare una consapevolezza più profonda di ciò che siamo davvero.

La parte esperienziale, poi, è qualcosa che spesso si rivela nel momento in cui la nostra conoscenza e il nostro interesse si allargano. Gli esempi che racconto nel libro non sono eventi isolati o straordinari, ma l’incontro tra la mia ricerca consapevole e il risveglio del Sé, che trova un varco per manifestarsi quando lo spazio interiore si apre.

 Il Respiro dell’Eterno è un invito a fidarsi del proprio sentire, a riscoprire il mistero che ci abita, a lasciarsi guidare da quella parte più ampia di noi che attende solo di essere riconosciuta. È un libro per chi vuole capire, ma anche per chi vuole ricordare.

Qual è oggi il tuo legame con la Psicosintesi e con l’Ipnosi Transpersonale, i due pilastri che hanno influenzato il tuo lavoro clinico e lo stile del libro?

Il mio legame con la Psicosintesi e con la Psicologia Transpersonale è oggi ancora più forte di quando ho iniziato, visto che nel tempo ho continuato ad approfondire con passione il mondo dell’invisibile. Sono i due riferimenti che guidano sia il mio lavoro clinico sia il modo in cui guardo all’essere umano.

La Psicosintesi mi ha dato una visione completa della persona, dalle ferite e difficoltà, alle potenzialità, alla luce, all’individuazione. È la bussola che uso ogni giorno per aiutare le persone a riscoprire il proprio Sé.

La Psicologia Transpersonale amplia questo sguardo, aprendo a quei livelli più sottili della coscienza che tutti sperimentiamo, anche se spesso non li sappiamo nominare. In questo percorso, l’ipnosi diventa uno strumento prezioso, poiché permette di approfondire l’ascolto interiore, sciogliere i veli e avvicinarsi con più consapevolezza al proprio Sé.

Se dovessi descrivere il viaggio interiore proposto nel libro con tre parole, quali sarebbero e perché?

Se dovessi descrivere il viaggio interiore del libro con tre parole sceglierei ascolto, discesa ed espansione.

Ascolto, perché il cammino inizia sempre da lì: dal fermarsi, dal rientrare in sé, dal dare spazio a quella voce sottile che spesso ignoriamo e che ci riporta verso il Sé. Per entrare davvero in connessione dobbiamo metterci in ascolto, lasciare che ciò che leggiamo ci risuoni dentro e permettere a quella risonanza di guidarci.

Discesa, perché per evolvere dobbiamo scendere nei nostri strati più profondi, incontrare i veli, le paure, le parti che chiedono luce; ma è anche la discesa del Sé nella materia, il suo incarnarsi.

La discesa è un movimento verso l’interno, un andare in profondità che apre lo spazio della crescita e della consapevolezza.

Espansione, perché quando i gusci si alleggeriscono con la consapevolezza, la coscienza si apre naturalmente. Il nostro respiro si espande, si percepisce l’invisibile, si intuisce il proprio posto dentro un disegno più grande. È il momento in cui ci si sente parte della vita e non più separati.

Secondo te, perché così tante persone hanno paura di affrontare la propria interiorità più autentica?

Credo che molte persone abbiano paura di affrontare la propria interiorità perché significa avventurarsi nella propria ombra, nelle parti che abbiamo evitato, nascosto o reso silenziose. Entrare dentro di sé vuol dire andare alla ricerca del proprio tesoro interiore, di quel nucleo prezioso che abbiamo protetto per tutta la vita, spesso nascondendolo a chiunque — talvolta persino a noi stessi.

Abbiamo paura perché esplorare l’interiorità ci mette davanti al rischio di perdere le nostre certezze, tutto ciò che l’ego ha costruito con fatica per darci un senso di controllo, identità e sicurezza. Ma l’ego, nel profondo, sa che molte di queste certezze sono illusioni a cui ci aggrappiamo. Per questo resiste, per questo teme la trasformazione: perché contattare la nostra parte più autentica significa inevitabilmente lasciare andare qualcosa, fare spazio, cambiare forma.

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Giulio Berghella
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