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Arte e Cultura

Giuseppe Campagnani – quando la musica è un passo avanti verso sé stessi

Con “Nuova Vita”, l’autore trasforma il personale in universale: storie che finiscono, nuove strade che si aprono, armonie che scorrono come treni e ritorni. L’intervista racconta l’anima del progetto, la ricerca dell’autenticità e la bellezza di esporsi con onestà, senza rumore inutile.
Roma, (informazione.news - comunicati stampa - arte e cultura)

Giuseppe, quanti elementi del tuo quotidiano sono presenti nell’album “Nuova Vita”?

Direi che nel disco “Nuova vita” non ci sono molti elementi del mio quotidiano in senso stretto. La mia scrittura, almeno per ora, si muove in un’altra direzione: tendo a utilizzare immagini apparentemente semplici, ma universali: le stelle, il sole, il mare, gli ulivi, il vento… sono elementi che fanno parte dell’immaginario di tutti. Sono parole semplici, sì, ma io le carico di un significato preciso e personale.

Per esempio, ne “Il Treno” lo sferragliare diventa il battito cardiaco, le sere colorate rappresentano i momenti di passione amorosa, il mare la libertà e la tensione verso qualcosa di nuovo, i verdi ulivi, naturalmente, l’armonia e la pace. Tuttavia poi lascio a ognuno la possibilità di attribuire loro un senso proprio. È la forza dell’arte in fondo: chiunque può entrarci e riconoscersi, senza bisogno che io racconti quale sia il significato che io ho attribuito a quelle parole.

Oggi vedo spesso la tendenza alla ricerca di originalità a tutti i costi, a riempire i testi di oggetti quotidiani: le sigarette, gli occhiali da sole, le matite colorate… può essere interessante e a volte anche efficace. Ma, almeno per me, rischia di diventare spesso un manierismo, un “trucchetto” stilistico che cerca la “stranezza” o una sorta di “estetica del dettaglio” prima del significato.

Non credo che l’originalità nasca da un elenco di oggetti, ma dal modo in cui osserviamo questi oggetti. Anche usando parole comuni si può dire qualcosa di originale, se quelle parole sono attraversate dal nostro sguardo. Goethe, nei “Dolori del giovane Werther”, scrive una frase che porto sempre con me: «Tutti possono sapere ciò che so, ma il mio cuore ce l’ho soltanto io.»

Ecco, questa frase riassume bene il mio approccio: non ho bisogno di cercare “stranezze” per sentirmi originale. Cerco di usare anche immagini semplici, ma che appartengono a tutti, caricandole poi del mio punto di vista e della mia esperienza emotiva.

Hai definito il disco un “modo per fermarti e fare ordine”. In che momento della tua vita hai sentito il bisogno di farlo?

Sì, in un certo senso “Nuova vita” è davvero nato come un modo per fermarmi e fare ordine. Negli ultimi anni ho attraversato momenti molto diversi tra loro: alti, bassi, cambiamenti improvvisi e anche periodi piuttosto turbolenti. A un certo punto mi sono trovato davanti a un bivio: continuare a lasciarmi trasportare dal flusso delle cose oppure provare, per la prima volta, a vivere davvero la vita che volevo. Ho scelto la seconda strada e da lì è cambiato tutto.

Scrivere l’album è stato un modo per dare una forma a tutto questo. Ogni canzone racconta un momento preciso, uno stato emotivo, una fase del mio percorso: le perdite, gli slanci, le illusioni, le ripartenze…

Poi naturalmente c’è la title track, “Nuova vita”, che è il momento in cui cerco di tirare le somme di tutto quello che ho vissuto. È lì che si chiarisce il senso del disco: l’idea che ogni fine contenga sempre un inizio e che valga la pena posare lo sguardo soprattutto su quest’ultimo.

Non per ingenuità o positivismo, ma per scelta: nel susseguirsi dei cicli si può sempre decidere se osservare la vita dal lato della generazione o da quello della caducità.

In ambito quantistico si dice spesso che l’osservatore può modificare l’evento. Il famoso paradosso del gatto di Schrödinger viene citato di continuo e non voglio addentrarmi in questioni che non conosco in maniera così approfondita.

Non so se l’osservazione possa davvero alterare la realtà esterna (questo lo lascio ai fisici), ma sono certo che l’attitudine con cui osserviamo le cose possa trasformare quantomeno la “realtà interna”, il nostro modo di reagire, di accogliere, di interpretare ciò che ci accade. Questo più che cambiare il mondo, cambia il “nostro mondo” ed è forse l’unica vera rivoluzione che abbiamo a portata di mano.

Nel tuo lavoro di medico sei a contatto con le fragilità umane. C’è un legame tra quella dimensione di cura e la tua scrittura musicale?

Credo che il lavoro di medico influenzi la scrittura solo se lo si vive con una certa attitudine. È un lavoro complesso, che richiede equilibrio e sensibilità e non sempre è facile cogliere qualcosa di positivo dalla relazione medico-paziente, sarebbe ipocrita dirlo. Io cerco semplicemente di svolgere il mio lavoro con onestà. E talvolta i frammenti di vissuto degli altri credo possano accrescerti, sempre se si ha la giusta attitudine.

Detto questo, in questo primo lavoro non credo di aver portato molto della dimensione medica: è stato un disco fortemente introspettivo, in cui ho guardato soprattutto dentro di me. Nei prossimi brani, invece, sto esplorando nuove modalità di scrittura: credo che racconterò di più degli altri o quanto meno di ciò che mi circonda, rispetto a quanto fatto in questo primo album.

Rimane comunque una distinzione: l’aspetto artistico per me è un territorio a parte. Sicuramente la professione lascia un’impronta, ma faccio fatica a valutarne la misura perché ci sono dentro. La mia intenzione, da artista, è quella di esprimermi nel modo più autentico possibile, indipendentemente dal mio lavoro.

Come sta reagendo il pubblico al tuo esordio e che tipo di ascolto speri di generare con questo album?

Devo essere sincero: non credo di avere ancora un vero e proprio pubblico. Chi mi ascolta oggi sono soprattutto amici, parenti, qualche conoscente curioso. E naturalmente li ringrazio, ma so bene che non è la stessa cosa che ricevere un riscontro da persone che non ti conoscono e ti ascoltano solo per ciò che fai. E questo, lo ammetto, un po’ mi rammarica: mi piacerebbe capire davvero cosa risuona o anche cosa non sia arrivato su una scala un pochino più ampia.

Allo stesso tempo, però, so che fa parte del percorso: oggi arrivare alle persone è difficilissimo. Siamo esposti a un rumore costante e a un flusso continuo di contenuti. E dentro questo flusso è complicato ritagliarsi uno spazio, soprattutto quando non si ha alle spalle una casa discografica, un ufficio di management o un team di marketing. Io vengo dalla medicina, non da un ambiente “di sistema” e mi sto facendo strada da solo, passo dopo passo, con i mezzi che ho.

Non amo molto l’espressione “generare ascolti”: sembra rimandare al fatturato, al conteggio, alla performance. Io non voglio “generare” niente.

Vorrei avvicinare persone, questo sì, persone che abbiano voglia di ascoltare senza fretta, con attenzione e che magari trovino in queste canzoni un riflesso della propria storia.

Resto comunque fiducioso. Sto iniziando adesso a promuovere il disco in maniera più strutturata, a organizzare concerti dal vivo, a cercare nuovi spazi. E scopro che, nonostante tutto, esistono ancora luoghi - radio, redazioni (come la vostra), palchi - che danno attenzione alla musica indipendente in Italia e questo, davvero, mi fa ben sperare.

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